Meno male che dopo il 17 c’è il 18

Cento anni fa l’Italia era in guerra. Il primo conflitto mondiale minacciava di radere al suolo il fresco sogno di un Paese da poco riunificato. Il 1917 fu l’annus horribilis: quello della rotta di Caporetto. Eravamo in ginocchio. Poi, nel 1918 arrivarono al fronte i “ragazzi del ’99” a ridare forza e vigore a un esercito stanco e demoralizzato. Fu così che di vittoria in vittoria, dalla difesa del Monte Grappa nella “battaglia del solstizio”(15-22 giugno 1918), all’epica impresa di Vittorio Veneto che segnò la definitiva disfatta delle armate austro-ungariche, gli italiani si ripresero l’Italia.

Da allora molto è cambiato, ma non tutto. Non siamo più al freddo nelle trincee sulle pietraie del Carso, non ci sono gli eserciti degli imperi centrali a minacciare la nostra libertà, ma c’è ancora un Piave da riconquistare. Perché, contrariamente a ciò che le schiere dei progressisti vogliono far credere, non siamo giunti nella terra promessa della pace universale. Permane, sebbene sistematicamente violata dalle truppe del ”Buonismo terzomondista”, una lunga linea rossa che è la frontiera dei nostri valori. Il nostro Piave. Il 2017 si chiude con l’arroccamento della destra di fronte all’attacco portato in massa degli eserciti del “politicamente corretto” i quali hanno scatenato la “battaglia di civiltà sullo ius soli”, icona e bandiera dell’annichilimento di tutte le differenze: da quelle culturali a quelle religiose, a quelle di genere. Il frutto velenoso della sinistra al potere è infine giunto a maturazione. La grancassa della propaganda di regime le fa da araldo, ripetendo fino allo sfinimento l’uguale motivetto del pifferaio magico: difendere ogni principio d’identità è da barbari. Accodarsi, invece, al gregge dei benpensanti multiculturalisti è bello. E “civile”. D’altro canto, come potrebbe esserci clemenza, agli occhi assatanati dell’esercito del “politicamente corretto”, per una destra che si è resa responsabile del crimine più grave: ha pensato al sé comunitario piuttosto che stracciarsi le vesti per le sorti dell’Altro, quantunque incognito?

Abbiamo peccato, Grande Architetto dell’Universo buonista. Ma non ci assolva. Meglio le fiamme per aver puntato l’indice contro il pericolo di sopraffazione della civiltà occidentale che è codificato nei fondamenti dell’ideologia islamista che abbeverarsi al dantesco Lete le cui acque cancellano la memoria di chi ha dubitato del dogma progressista sulla reciprocità e intercambiabilità delle culture. Fummo blasfemi senza pentimenti nel pensare che l’immigrazione di massa non fosse un fenomeno ineluttabile del divenire della Storia ma una scelta scellerata per azzerare l’identità di un popolo. Xenofobi e razzisti, come altro apostrofare questi reprobi caduti sotto la mannaia delle tante Laura Boldrini, patetiche eroine della guerra delle desinenze? Trogloditi: è stato il giusto appellativo che questa masnada di beceri conservatori ha meritato ogni qualvolta ha osato contestare le verità di fede infuse dalle teorie gender e ha provato inappropriato ribrezzo nell’assistere ai tentativi di giustificare “scientificamente” la costruzione “culturale” dell’identità sessuale di ogni individuo. E ha storto il naso quando questa Europa ha trattato gli italiani da paria e non da padroni della casa comune.

Tuttavia, è la destra che ha assistito pressoché impotente ai tentativi reiterati di scardinamento dei valori più profondi della nazione. Non possiamo negarlo, anche se duole ammetterlo. Il 2017 è stato l’anno del Natale senza campane, delle funzioni religiose sulla celebrazione della nascita del Cristo anticipate al pomeriggio. Come le partite di campionato. Perché se il tempo è convenzione, dove sta scritto che si nasce a mezzanotte? Come i simboli e le immagini ammessi soltanto se glorificano l’abbraccio fraterno con l’Altro da noi. Anche con quel particolare idealtipo di “Altro” che, a casa sua, non ci usa altrettanti riguardi. Abbiamo tirato su presepi preoccupandoci però di mettere sotto la capanna a fare da replicanti di Giuseppe e Maria, fedeli di Allah nella vita quotidiana.

Tutto questo è accaduto nel 2017. L’armata del progressismo ha giocato bene le sue carte negli anni nei quali ha tenuto il timone della nazione. Ma, per fortuna, dopo un 17 c’è sempre un 18. Dopo una Caporetto è possibile riprendersi il proprio destino in una “Vittorio Veneto”. Allora quale augurio migliore per gli italiani se non quello di invocare un ritorno sul Piave dei nostri valori più sacri? Non la pace eterna, che appartiene ai cimiteri, ma un anno di lotta praticata attraverso lo strumento infallibile della partecipazione democratica alla selezione della classe dirigente che dovrà governare il Paese nel prossimo futuro. Sarà il 4 marzo, o un altro giorno poco importa. Ciò che conta sarà di non mancare l’appuntamento con il riscatto della nazione. Ciò che farà la gloria di ogni uomo e di ogni donna di destra sarà poter dire: quel giorno, che la coalizione guidata da Silvio Berlusconi vinse la partita cosicché la Storia si rimise in cammino, io c’ero. Questo è il nostro augurio, depurato della stucchevole glassa del buonismo imperante, per un felice e proficuo 2018. Prosit.