Il centrosinistra punta tutto sul finto caso Maroni

A un centrosinistra in panne non resta che provare a mettere zizzania tra i partner della coalizione di centrodestra che, ad oggi, ha maggiori chance di vittoria il prossimo 4 marzo. Ci prova con il caso Maroni. Ma fa un buco nell’acqua. Insinuare complotti berlusconiani contro l’alleato Salvini, dietro l’inaspettato ritiro di Roberto Maroni dalla corsa per la riconferma a governatore della Lombardia, non fa breccia. Se lui ha deciso di fare un passo indietro è stato per scelta personale, non per assecondare improbabili disegni occulti del Cavaliere per fregare il “capitano”, leader indiscusso della Lega in casa sua. Maroni avrà avuto i suoi buoni motivi per chiamarsi fuori. Probabilmente sulla rinuncia a correre per il secondo mandato ha pesato il processo in corso a Busto Arsizio nel quale è imputato di “induzione indebita a dare o promettere utilità”. L’accusa riguarda presunte pressioni esercitate dal governatore lombardo per ottenere da Expo 2015 s.p.a. e Éupolis, ente della Regione, assunzioni di favore per due strette collaboratrici. Il processo potrebbe arrivare a sentenza a breve distanza della chiusura della campagna elettorale per la presidenza della Regione Lombardia, concomitante con le elezioni per il rinnovo del parlamento. Maroni, che ha dato buona prova di sé nel governo della regione, non intende finire la sua esperienza politica da “anatra zoppa” o, in caso di condanna, con la spada di Damocle dell’applicazione della Legge Severino che gli penderebbe sulla testa. Potrebbe essere questo il “motivo personale” al quale il dirigente leghista si è appellato per giustificare il passo indietro.

Tuttavia, se la motivazione attiene alla sfera individuale del personaggio politico che ha tutto il diritto di tutelare al meglio la sua onorabilità, poco o nulla essa incide sulla soluzione al rebus della candidatura sostitutiva che adesso i leader del centrodestra dovranno individuare. Il centrosinistra conta sullo scontro tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi nella scelta del competitor che sfiderà, al momento senza il sostegno della gamba oltranzista di “Liberi e Uguali”, il renziano sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, il quale accarezza la possibilità di un’insperata rimonta per effetto del ritiro di Maroni che, stando ai sondaggi, aveva la vittoria già in tasca. Ma, ribadiamo, si tratta di pie illusioni. I due leader forti del centrodestra condividono una circostanza presente nei rispettivi profili biografici: sono lombardi. E, come tali, non difettano di concretezza e pragmatismo nel tratto caratteriale. Di là dalle inevitabili dichiarazioni tuonanti rese a beneficio della propaganda partitica, a entrambi non sfugge la necessità di non mettere a rischio il risultato che si prefigura in Regione Lombardia. Pensare, quindi, a una rottura sul nome del candidato è un’ipotesi fantascientifica. Al momento è la Lega ad aver fatto la prima mossa, com’era prevedibile visto che la casella della corsa a quella presidenza regionale era già assegnata di diritto all’uscente leghista.

Matteo Salvini punta su Attilio Fontana, avvocato, con un passato da conciliatore e pretore onorario, stagionato galantuomo, leghista della prima ora, che si è distinto per aver amministrato con saggezza il Comune di Varese nel decennio 2006-2016. Fontana è notoriamente un moderato che potrebbe essere gradito alle componenti riformiste della coalizione. Berlusconi dal canto suo potrebbe giocare la carta “Mariastella Gelmini”. Donna forte di Forza Italia in Lombardia e protagonista di un’eccellente performance personale con 11.990 voti di preferenza alle elezioni comunali del 2016 nella metropoli meneghina. Chi prevarrà? Certamente quello dei due che, sondando l’orientamento degli elettori, avrà più chance di vittoria. Dunque, non l’arroccamento a difesa degli egoismi di partito ma, pragmaticamente, la scelta del “prodotto” più spendibile sul mercato elettorale sarà la stella polare che guiderà i vertici forzisti e leghisti a sciogliere il nodo della candidatura in Lombardia. Un passaggio in più per il centrodestra ma anche una delusione in più per gli avversari che restano appesi all’immaginifica ipotesi di un litigio in casa dei vincitori in pectore per darsi qualche motivo di ripresa. Quindi, per il centrosinistra il refrain è: speriamo che litighino. D’altro canto, a Matteo Renzi & soci non resta molto altro in cui sperare da quando si sono resi conto che la maggioranza degli elettori non vuole più sentire parlare di loro. Men che meno di ritrovarseli al governo nazionale o dei territori nei prossimi anni.