Politicanti, antipolitica, e la politica?

Quando Silvio Berlusconi afferma sicuro: “Non fidatevi dei grillini! Non fatevi tentare dal M5S!” perché, chiarisce, un governo del comico genovese (e di Casaleggio) peggiorerebbe la situazione economica e sociale del Paese, non parla come in un talk-show qualsiasi - tutti o quasi timidi nei confronti di un Luigi Di Maio e ora più indirizzati di prima verso la gauche - ma perché sa che riflettendoci sopra, una dichiarazione sua, nei confronti della complessità italiana ed europea, non può non essere il frutto più vero di quella che si chiamava, e ora molto meno di prima, con una parola molto semplice: politica.

E quando Silvio Berlusconi, questa volta in un talk-show tipo quello condotto da Massimo Giletti, torna ad esclamare che non ne può più dei politicanti giacché lui stesso si sente disgustato da quello che è successo in politica in questi anni, ma il rimedio non è affatto votare per Di Maio, intende chiarire una posizione dell’oggi italiano, ma, a ben vedere, non riesce prendere una distanza netta da quell’antipolitica profusa a piene mani e confusa spesso nel gruppone dei cosiddetti politicanti, sempre gli altri, ovviamente, manifestando una sorta di doppiezza, di doppione, di altra maschera all’uopo indossata, di altra fattura estetica e anche di contenuto diverso, opposto. Si fanno così convivere due immagini, due nature, due realtà di quella medesima chose che è (era), per l’appunto, la politica. Sulla quale si fondavano i partiti d’antan, abusandone di certo fin troppo, ma avendo comunque un vanto da sbandierare, quelli di prima, che mai e poi mai nessuno di loro avrebbe potuto immaginare che nella Seconda Repubblica ci sarebbe stato un cambio di campo, di schieramento, di casacca talmente immane da rappresentare un record mondiale; oltre trecento, se non di più, parlamentari voltagabbana. Una volta si diceva che avevano cambiato partito, ma oggi? Fate voi: movimento, leader, ensemble, schieramento, ecc..

Attenzione: non è che qui si voglia esaltare il prima rispetto al dopo, un dopo che adesso, a sentire i maggiori commentatori, ci ha portato nella Terza Repubblica. E l’artefice del passaggio è stato quel Beppe Grillo che proprio dell’antipolitica aveva e ha fatto un’insegna gridata e urlata ai quattro venti, raccogliendo successi inimmaginabili fra gli arrabbiati e i delusi: della Seconda, di Repubblica. Et pour cause, questo numero “repubblicano” è dunque  aumentato. Per ragioni, quasi le stesse, che avevano prodotto il primo passaggio, tant’è vero che la Seconda Repubblica era bensì il frutto di Tangentopoli e affini, ma porta sulla sua bandiera quello di un grande imprenditore di Arcore che, scendendo in campo, aveva innalzato la bandiera dell’antipolitica, sempre in quella forma ambigua che vuole indicare una rivolta al cosiddetto “prima” smontando e facendo a pezzi la cosiddetta politique d’abord in nome e per conto di quella antipolitica che, comunque, era, è e sempre sarà l’altra faccia della stessa medaglia, la politica. Volenti o nolenti, tutti, dico tutti i movimenti di oggi, a cominciare da quello che ha affidato, tramite la Casaleggio Associati, il Rousseau, il mandato di diventare, dopo il 4 marzo, il Presidente del Consiglio (ipotesi del terzo tipo dell’irrealtà politica), sbandierano ad ogni piè sospinto l’insegna con su stampato “antipolitica” ma sanno perfettamente che quell’anti è di pura forma, è una sorta di falso, un certo modo di occultare proprio quella che abbiamo chiamato la chose, ovverosia la politica.

Oggi, sic et simpliciter, si sta facendo politica in nome e per conto dell’antipolitica. E, intendiamoci, non è il solo Cavaliere che prende cappello contro i politicanti. Ci mancherebbe altro, giacché la cattiva versione della politica è, per l’appunto, l’utilizzo della materia prima per sedurre il popolo o, meglio, quella parte che è stanca dei governi, dell’Europa, dei migranti, delle tasse, dei balzelli, della famigerata corruzione. A proposito: non se ne è mai andata, anzi. Insomma, fare politica usando il suo rovescio. Si dirà: un imbroglio? Un specchietto per le allodole? Un inganno? Una captatio benevolentiae?

Il fatto è che poi si deve pur parlare, in vista del 4 marzo, del futuro dell’Italia, della sua collocazione internazionale, dell’Europa, oltre che di emigranti e di tasse. Ed è allora che si colgono le differenze. Non solo con i grillini che, come dice il proverbio, un giorno sono sul fico e un altro sul pero. Ma dentro la stessa alleanza, ecco che la posizione assolutamente europeista berlusconiana - pur con le critiche che un autorevole Antonio Tajani non lesina al Continente di cui è a suo modo Presidente - non è affatto simile a quella di un Matteo Salvini, che pur deputato europeo, è distante quasi le mille miglia da impostazioni che ritengono quello europeo come un approdo irreversibile. Ma ci fermiamo qui, anche perché l’aria che tira sul vento del 4 marzo non ama le mezze misure. Poi, si vedrà.