Il dopo voto nel Pd

I nemici di Matteo Renzi sono convinti che se il Partito Democratico non arriverà al 25 per cento nel voto del 4 marzo (cioè la stessa quota raggiunta dal Pier Luigi Bersani alle passate elezioni), scatterà una rivolta interna che costringerà il segretario ad arrendersi e ad uscire di scena. Ad avanzare questo pronostico è stato il governatore pugliese, Michele Emiliano, che non ha avuto alcuna esitazione a definire “perdente” la deriva renziana e a preannunciare che, in caso di mancata vittoria elettorale, gli oppositori interni indurranno il segretario a gettare la spugna.

Ma non c’era bisogno dell’intervista di Emiliano per rendere nota una strategia che i nemici interni di Renzi sognano e minacciano da tempo. Una strategia che poggia sull’assunto che se la quota 25 per cento non viene raggiunta scatterà inevitabilmente una rivolta interna destinata a cacciare una volta per tutte l’intruso usurpatore.

Ciò che Emiliano e chi persegue questo obiettivo sembrano ignorare, però, è che anche Renzi conosce questa strategia. E, soprattutto, che si è già abbondantemente organizzato per contrastarla sul nascere. In primo luogo sottolineando che Bersani raggiunse il 25 per cento senza aver subito alcuna scissione, mentre lui si presenta al voto attaccato a sinistra da un partito scissionista valutato almeno il 6 per cento.

Renzi, quindi, si prepara a dichiararsi sconfitto solo se il suo Pd scenderà sotto il 20 per cento mentre è pronto a rivendicare la vittoria anche nel caso in cui il partito supererà di poco il 20 per cento. Accanto a questa definizione della propria linea del Piave, poi, il leader contestato ha realizzato la sua incruenta notte dei lunghi coltelli facendo piazza pulita dei suoi nemici interni nelle liste elettorali. Qualunque risultato dovesse ottenere il Pd dalle urne, avrà comunque il controllo di un partito ormai disegnato a propria immagine e somiglianza.

Sarà interessante, allora, scoprire la sorte del Pd dopo le elezioni per vedere se a spuntarla saranno Renzi o i suoi avversari interni rimasti dopo l’epurazione delle liste. Con l’aggiunta che, a differenza del passato, questo travaglio non produrrà più conseguenze negative sulla stabilità del Paese. Perché il Pd avrà perso comunque il ruolo di asse del sistema politico nazionale.