4 marzo: un Cavaliere lanciato

Qualcuno (G. Cazzola, Italia Oggi) ha detto a proposito di Silvio Berlusconi di essere, né più né meno, che “l’uomo dotato di sette vite come i gatti” (così si spiega la conversione animalista), ma di essere, soprattutto, uno dei principali attori di questa campagna elettorale, un protagonista a tutto tondo, aggiungeremmo, lanciato verso il 4 marzo, giorno simbolo di un’elezione fra le più confuse, poliedriche, superficiali, effettistiche, sgangherate, demagogiche, un’offesa per l’intelligenza degli italiani chiamati al voto. Come finirà, si chiedono gli ingenui, come tirando i freni per non sbandare nelle previsioni, mentre sembra ormai pacifico che il Cavaliere, dato per malato ma solo stanco (c’è da credergli) in realtà godrà lui, sia pure con Matteo Salvini e Giorgia Meloni, del primo premio.

Anzi, se c’è un’osservazione da rivolgere ai tanti già festanti di centrodestra, è, per l’appunto, l’eccesso di sicurezza di una vittoria che è bensì dietro l’angolo, ma, come ricordavano i nostri padri e zii che ne avevano viste tante, non bisogna mai esagerare. Il fatto è che alcune delle ragioni per dir così storico-politiche del prevedibile successo berlusconiano non sono di difficile lettura.

Intanto il Cavaliere ha dalla sua, oltre a quel formidabile “volli e sempre volli” nel recupero dalla condanna e quindi nel ritorno alla politica tout court, l’indubbia valorialità di un’opposizione effettiva ma non del tipo “contro tutto e contro tutti” e dunque in grado di rivolgere al grillismo incombente un guanto di sfida più credibile di quello di una sinistra, una “gauche”, la quale, per dirla con “Le Monde” di qualche anno fa, “a toujours quelque chose de sinistre”.

E quando parliamo di pentastellati incombenti, non si vuole gettare alcun allarme ma semplicemente far notare che il grillismo elettoralistico dei pentastellati di oggi è diverso da quello di ieri e, al tempo stesso, suggerisce una sorta di modificazione, di automoderazione, di adattabilità mediatrice, tentando di congiungere gli opposti, di apparire diversi ma uguali, come si diceva una volta, nuovi ma non inesperti del mondo, di movimento di opposizione ma anche di governo, partito di lotta ma pronto ad andare al governo, per il bene del Paese, beninteso. Il che non è poi così sgradito ad un certo corpo elettorale per dir così qualunquista. Non vanno dunque sottovalutati, come ci dicono certi sondaggi, vedi Tecnè di fine gennaio, con un M5S i cui voti di lista, il 27,8 per cento lo collocano al primo posto, mentre il Partito Democratico è al 22 per cento, Forza Italia al 18,3 per cento, Lega al 12,8 per cento, “Liberi e Uguali” 6,2 per cento, “Fratelli d’Italia” 5,1 per cento, “Noi con l’Italia” 2,8 per cento, ecc..

Diverso, ben diverso, comunque il risultato nel sondaggio riferito nelle preferenza alla coalizione con il centrodestra al 39 per cento, il M5S col 27,8 per cento, il centrosinistra al 25,9 per cento e via via tutti gli altri. Un altro dato interessante emerso dal sondaggio Tecnè riguarda quella che chiamiamo fedeltà al partito. Ebbene questa fedeltà è più forte di qualsiasi antipatia per il candidato nel collegio uninominale se è vero come è vero, rilevazione alla mano, che il 57,8 per cento degli elettori voterebbe comunque il partito prescelto e il candidato ma, attenzione, “anche se il candidato nel collegio uninominale fosse una persona sgradita”.

 

Altri dati sono comunque da studiare con un po’ di calma dai diversi competitors, fermo restando che sempre e comunque è Berlusconi colui che sopravanza tutti gli altri anche e soprattutto perché, se guardiamo ai cosiddetti programmi elettorali, quello del Pd ha, tra gli altri, il difetto di guardare indietro, di rivolgersi al passato, cosa che in una campagna elettorale è destinata a pesare sul giudizio complessivo dei votanti, mentre il Cavaliere mostra sicurezza e iniziativa nel muoversi fra populismi di coalizione e rigore di stampo europeo, nel moderare quando c’è da calmare i bollenti spiriti di qualcuno, nel lanciare parole d’ordine quando mancano iniziative, nel trovare iniziative nuove quando gli altri dicono che “non c’è trippa per gatti” e così via.

 

Ma il punto vero è un altro, è lui stesso il cosiddetto programmatore. O, per meglio dire, lui non è “un” programma, ma “il” programma.