Si dice e si scrive: largo ai mass media. Libertà ai mezzi di comunicazione e ai suoi, per dir così, gestori. Ed è giusto e sacrosanto, ci mancherebbe altro. Ma poi si scoprono i vuoti, le assenze, i buchi. La mancata informazione su certi casi, sullo sfondo del politicamente corretto diffuso a piene mani.

E, dunque, un invito, o meglio una riflessione sui tanti, troppi media che della situazione di Marcello Dell’Utri non scrivono mai nessun articolo, nessun rigo, neppure un cenno. Eppure la gravità della malattia di Dell’Utri, in carcere ovviamente, la conosciamo tutti e ne sappiamo comunque abbastanza. Nel senso che ben difficilmente Dell’Utri può giovarsi di cure degne di questo nome rimanendo ristretto in uno stabilimento penale. Eppure, come dicevamo, silenzio. Silenzio stampa. Un vuoto nell’informazione, ecco. Che si vorrebbe libera, democratica, esauriente, ampia e, mi raccomando, corretta. Ma tant’è.

Il punto, uno dei punti di questa competizione elettorale vista dai media, è stato lucidamente evidenziato dal direttore laddove metteva in luce una sostanziale contraddizione fra la necessità di elezioni incanalate in un alveo di sostanziale tranquillità cioè senza urla e strida – ché persino un Di Maio dal grido facile s’è messo a fare l’uomo di Stato che incontra i poteri forti internazionali (vedere per credere) – e la tendenza di molti media che, al contrario, brigano quotidianamente per stuzzicare, per accendere liti, se non per appiccare incendi e aizzare alla lotta dura senza paura d’antan. Perché? Tentiamo una risposta di corsa: non pochi maître à penser si stanno convincendo, e vogliono convincerci, e non da ora, che sono loro i veri se non gli unici detentori della linea da dare, e non soltanto in politica; il che, tra l’altro, non sarebbe del tutto ingiustificato nel quadro generale sol che si pensi che da tempo, troppo tempo, la stessa parola “politica”, e il suo contenuto, la sua sostanza, sembrano quasi scomparsi da un contesto nel quale prevalgono le immagini, i tweet, la battuta, lo spot, insomma i modi piuttosto che i contenuti.

Ma la politica resta eccome, e c’è, e non se ne può fare a meno. Il sospetto, che è quasi una certezza, è che non pochi di questi maestri del pensiero, della parola e della tivù, vorrebbero, come si dice, che fosse nella loro competenza il farla, la politica. Col risultato che ben vediamo, ovvero una costante oscillazione fra l’assalto ai cosiddetti “impresentabili” e l’obbligo, per gli altri, al politicamente corretto sullo sfondo di un moralismo a tutto spiano, di un giustizialismo a gogo che, come ben sappiamo, ha ben poco a che fare con la morale e con la giustizia.

Del resto, il termine “impresentabile” è d’antica e usata data nella misura con la quale serve, innanzitutto, a dipingere una persona disordinata, con gli abiti raffazzonati, vestita male, che si presenta malissimo, e il trasferimento di queste non doti estetiche al politicante impresentabile di turno diventa un automatismo che tanto piace alla gente. Col risultato che non ci sono più distinzioni fra un indagato e un condannato, fra un avvisato e uno impossibilitato a presentarsi. Intendiamoci, impossibilitato dalla legge e dalle sue disposizioni che limitano per l’appunto le candidature per chi abbia avuto determinate condanne. Insomma, una impresentabilità giuridica, sancita e imposta dalla dura lex sed lex e non da una sbandierata eticità dall’impatto mediatico a volte devastante che tanto seduce i comuni mortali, che poi votano.

Anche nei particolari stanno comunque emergendo le punte, a volte ridicole, del leggendario politicamente corretto. Avete presente le ombrelline? Sono, anzi erano, delle belle ragazze che fanno da corona ai bolidi da corsa e coi loro guidatori in occasione delle gare. C’è qualcuno, non escludiamo qualche severo padrone del pensiero automobilistico corretto che ha ritenuto queste belle fanciulle colpevoli di impresentabilità, nelle foto, nei telegiornali, negli speciali, nei servizi sportivi. Basta con le ombrelline, cancellate, e allontanato il loro pericolo di impresentabilità etico-mediatica per chi sta al volante di un Gran Premio. Ridicolo, ma vero.