L’occasione per il M5S di salvare la faccia

Alcuni parlamentari Cinque Stelle, contravvenendo agli obblighi assunti con il Movimento all’atto dell’elezione, avrebbero omesso di trasferire parte degli emolumenti ricevuti in qualità di parlamentari al Fondo di Garanzia sul credito alle Pmi italiane, costituito  presso il ministero dello Sviluppo economico. Non si tratta di furto o di distrazione di fondi pubblici. I soldi mancanti all’appello erano comunque nelle disponibilità degli interessati. Resta la figura barbina di chi ha costruito la propria fortuna sbandierando una presunta diversità morale plasticamente resa nell’atto di restituire al popolo una quota dei guadagni ottenuti attraverso la politica. Taluni sostengono che questo brutto incidente di percorso peserà come un macigno sull’esito del voto. Può darsi. Quel che è certo è che l’ultima scivolata rappresenta una manna caduta dal cielo dritta in testa al candidato premier Luigi Di Maio. Se finora la sconfitta elettorale che gli si sta profilando non aveva altra spiegazione se non l’assoluta inadeguatezza del grillismo ad assumere la guida del Paese adesso, grazie allo scandalo venuto alla luce, il giovane Di Maio potrà accampare a pretesto della sconfitta l’autogol mediatico che il movimento si è autoinflitto a pochi giorni dal voto. Un modo astuto per salvare capra e cavoli: perdere senza dover ammettere i motivi reali della sconfitta. Che, ovviamente, non hanno nulla a che fare con la querelle sui “furbetti dell’indennità”, ma attengono all’inconsistenza dell’offerta politica dei Cinque Stelle.

Beppe Grillo e i suoi sono destinati a perdere perché sta tramontando il loro tempo. Il fenomeno del grillismo ha avuto un senso nel 2013 quando il Paese era attraversato da una crisi profonda nella quale era stata precipitata dall’azione combinata di forze endogene ed esogene al sistema nazionale. L’Italia usciva malconcia da una guerra occulta intentatale dalla Francia di Nicolas Sarkozy via aggressione libica. Un governo legittimo, nel 2011, era stato defenestrato e al suo posto era stato messo Mario Monti, una sorta di commissario contabile che agiva in nome e per conto di quei medesimi poteri forti che avevano lanciato un’“Opa” sull’economia italiana. Nel 2013 il Paese era in stato confusionale e l’antipolitica poteva rappresentare un’alternativa salvifica possibile. In quel momento Grillo e i suoi ebbero l’indiscusso merito di canalizzare nell’alveo della democrazia parlamentare una protesta sociale che diversamente avrebbe conosciuto derive pericolose. Toccò a loro di rivestire quel ruolo di forza provvidenziale che non poteva essere svolto dagli altri partiti. Neanche dalla Lega che non aveva ancora avviato il processo di transizione verso la nuova identità di partito sovranista. Matteo Salvini scalò la leadership interna nel dicembre del 2013 quando strappò la vittoria congressuale a un Umberto Bossi distrutto nel fisico e nel morale.

Il sorprendente risultato del 25,56 per cento dei consensi conseguito alla Camera dei deputati dai Cinque Stelle fu possibile grazie all’implosione elettorale della Lega, che avrebbe dovuto esserne il competitor più insidioso per maggiore affinità. Un esempio: nel collegio Veneto 1 per la Camera dei deputati i Cinque Stelle raggiunsero il 25,23 per cento dei voti contro il 10,86 per cento della Lega Nord. Ora, c’è qualcuno che possa ragionevolmente sostenere replicabile quel successo? Dal 2013 le cose sono cambiate. Non quanto sarebbe stato giusto attendersi e proprio sul deficit di risultato fonda la critica del centrodestra alla sinistra che ha governato per tutta la legislatura.

Ma, nonostante la platea dei poveri del nostro Paese si sia allargata, non si riscontrano le medesime condizioni a limite della rottura del patto sociale che si produssero con l’amministrazione fallimentare e vessatoria del Governo Monti. Rispetto al 2013 più gente ha voglia di mettersi in gioco per provare a risollevare la testa. Niente a che fare con le atmosfere lugubri da cupio dissolvi che annebbiavano l’orizzonte di quell’infausto inizio del 2013. Grillo interpretò alla perfezione lo stato d’animo popolare che vedeva in tutta la politica l’unica responsabile del proprio malessere. Quanto potente e insieme devastante fu quella frase pronunciata da Beppe Grillo all’indirizzo di deputati e senatori fuori Montecitorio? Quell’“Arrendetevi, siete circondati. Chiedete scusa” ha fatto storia. Ma tutto ciò oggi appare anacronistico. Acqua ne è passata sotto i ponti e in quell’acqua sono annegate, una dopo l’altra, le pessime prove offerte dai Cinque Stelle nell’amministrazione delle grandi città. Da Roma a Torino, a Livorno, non c'è luogo nel quale l’utopia grillina si sia tradotta in buon governo. E, paradossalmente, laddove le cose non sono andate male per i Cinque Stelle, come nel caso di Parma, i vertici del Movimento hanno sconfessato se stessi.

Il mondo del 2018 è profondamento diverso da quello che salutò il trionfo dell’antipolitica. E come nessuno vorrebbe correre il prossimo Gran Premio automobilistico di Formula 1 a bordo di una ”Ferrari 312 T2”, che fu la vettura vincente di Niki Lauda, di Clay Regazzoni e di Gilles Villeneuve, altrettanto non saranno molti gli italiani che sceglieranno di fidarsi del carro malconcio dei pentastellati per intraprendere le sfide del futuro. Di Maio lo sa e, ancor prima di lui, lo ha compreso Alessandro Di Battista che si è lasciato andare a quello sconfortato insulto: “Gli italiani? Li vedo molto rincoglioniti”.

Ben venga allora lo scandalo di giornata, che fa dire ai Cinque Stelle: ci attaccano, ma non ci hanno fatto niente. Vivi, dunque, ma non attuali.