“Potere al Popolo” e la sinistra frazionata

All’estrema sinistra avanza un nuovo partito che si chiama “Potere al Popolo” e che potrebbe determinare un ulteriore e devastante sommovimento all’interno della cosiddetta area progressista. Di questo “Potere al Popolo” non si hanno grandi notizie. Non ha un leader riconosciuto e non presenta, al momento, individualità particolari. Nasce, a differenza di molti dei movimenti politici del momento, non attorno e dietro il carisma di un qualche personaggio ma, sull’esempio delle formazioni partitiche del passato, attraverso la partecipazione di una base tenuta insieme da un minimo comune multiplo di natura ideologica e culturale.

Quale sia il collante di “Potere al Popolo” è fin troppo facile da identificare. È quello della fedeltà alla cultura e all’ideologia comunista del secolo passato. E questo collante pone automaticamente la nuova aggregazione politica alla sinistra dello schieramento di sinistra. Fino alla presentazione delle liste per le elezioni del 4 marzo nessuno aveva previsto la nascita di un competitore di Partito Democratico e “Liberi e Uguali”. Ma dal momento dell’apertura della campagna elettorale i sondaggisti e gli analisti hanno dovuto incominciare a registrare la presenza di “Potere al Popolo” e calcolare la sua incidenza sugli equilibri futuri tra i diversi soggetti dell’area della sinistra.

Questi calcoli e queste analisi non prevedono terremoti particolari. Il Pd di Matteo Renzi è destinato a rimanere comunque il partito più consistente della sinistra. E “Liberi e Uguali” il suo concorrente e competitore principale. Ma “Potere al Popolo”, con il suo punto e mezzo attribuito dai sondaggi, incomincia a rappresentare non solo una spia illuminante del frazionamento in atto dello schieramento progressista, ma anche una porzione marginale di elettorato di sinistra che può risultare determinante in senso negativo in tutti quei collegi in cui il Pd potrebbe contendere i seggi al centrodestra e al Movimento 5 Stelle.

“Potere al Popolo”, in sostanza, con la sua capacità di aggregare il voto della sinistra più radicale, può togliere voti sia a Matteo Renzi che a Pietro Grasso e trasformare il 4 marzo nel giorno della sconfitta epocale e della fine della vecchia sinistra post-comunista italiana.