M5s: quando si prende una toppa

Il risultato elettorale di domenica scorsa ci consegna a una doverosa autocritica. Nel corso della fase di avvicinamento al 4 marzo le analisi che abbiamo sviluppato sui Cinque Stelle si sono focalizzate sull’aspetto fenomenico del “Movimento”. Si è fallacemente presupposto che essendo la creatura di Beppe Grillo espressione di contesto, l’odierna condizione del Paese ne avesse reso inattuale l’offerta politica. Evidentemente sbagliavamo. Anche se solo a metà. Perché il voto del Nord e di parte del Centro ha segnato, come previsto, la regressione della “bolla” grillina gonfiatasi in modo abnorme nel 2013. Dove, invece, siamo finiti fuori pista è stato nel dare per scontato, nell’analisi del voto al Sud, che i partiti tradizionali potessero reggere l’avanzata dei Cinque Stelle. Così non è stato.

Da una prima lettura dei risultati emerge il travaso di voti dal centrosinistra ai Cinque Stelle. Ma non soltanto. Anche una parte dei consensi del centrodestra è transitata in direzione di Luigi Di Maio. Ciò spiega il quasi “cappotto” al Sud realizzato dal “Movimento” nei collegi dell’uninominale. Perché è accaduto? Le cause dell’onda sismica sono molto complesse. Derubricarne la vittoria a trionfo della promessa di assistenzialismo dalla quale il Sud sarebbe naturalmente attratto è un’interpretazione semplicistica delle ragioni del consenso ai Cinque Stelle. Certo! Parte dell’elettorato meridionale si è rivolto al grillismo nella speranza di trovare nel reddito di cittadinanza una risposta appagante al proprio disagio esistenziale. Ma non è l’unica spiegazione plausibile. Lo dimostra l’ampiezza dei numeri totalizzati dai Cinque Stelle che vanno ben al di là del perimetro della disperazione sociale. Il consenso dilagante ha invaso il campo del ceto medio, particolarmente del segmento dei “garantiti”, il quale dall’avvento della Seconda Repubblica è stato appannaggio del blocco elettorale del centrosinistra. Si tratta di imprenditori, professionisti, dipendenti pubblici, pensionati di medio-alto reddito che hanno reagito alla crisi di credibilità dei logori apparati partitici. Ciò che l’opinione pubblica meridionale ha avvertito più di ogni altra cosa è stata la distanza di una politica autoreferenziale che ha smesso da tempo d’interagire con la popolazione preoccupandosi esclusivamente di conservarsi al potere. È valso parimenti per la sinistra e per la destra. Una classe dirigente vissuta come corrotta ed estranea ha alimentato la ricerca di un’alternativa, mai come in questo caso, di sistema.

Non è però che la trasmigrazione verso i nuovi lidi grillini possa mandare assolti da ogni responsabilità gli stessi elettori. Se per decenni il Sud è stato retto dal paradigma paternalistico-clientelare nella dinamica dei rapporti tra potere e cittadino, il fatto che oggi si volti le spalle a quel sistema non è necessariamente dovuto a un sussulto di coscienza ma a una più prosaica perdita di capacità della politica tradizionale di fornire risposte tangibili, non alla collettività ma ai singoli individui. Nel novero delle molte responsabilità delle classi dirigenti partitiche nella costruzione della sconfitta vi è anche la destrutturazione della loro presenza organizzata sul piano locale. A questo riguardo appare emblematico il differente approccio che i cittadini avvertono quando si tratta di campagne elettorali per il rinnovo delle amministrazioni locali rispetto a quelle per le politiche nazionali. Nel sostegno delle rispettive posizioni, non c’è, da parte dei supporter dei candidati, il medesimo fervore che si riscontra quando si vota per eleggere il sindaco del paese o della cittadina. La popolazione non subisce la stessa pressione portata da una propaganda più incisiva e capillare. Da ciò la maggiore libertà di cui gode il singolo elettore nell’esprimere, alle politiche, un voto d’opinione dettato dal sentimento del momento rispetto invece alla scelta degli amministratori locali che resta condizionata da fattori ambientali.

Un esempio per intenderci. Nelle circoscrizioni della Sicilia il Movimento Cinque Stelle alle regionali dello scorso novembre aveva ottenuto 513.359 preferenze di lista. Domenica ha raccolto 897.193 voti, 383.844 in più dell’ultimo passaggio elettorale. È evidente che senza la presa della politica locale molti elettori si siano sentiti liberi di orientarsi diversamente. Altra componente del successo è il fattore campanilistico. Che un giovane della provincia di Napoli si candidasse a guidare il Paese ha fatto aggio su una politica che, sia da destra sia da sinistra, ha guardato al Mezzogiorno come a un serbatoio elettorale dal quale attingere voti ma non classe dirigente di vertice. L’idea che un meridionale potesse tornare a Palazzo Chigi ha spinto molti elettori a esprimere un voto che si potrebbe definire di prossimità. Nel senso che non sono stati pochi coloro che hanno pensato che un meridionale potesse comprendere e rappresentare al meglio il dramma del Sud. Di là dalla ricerca di ulteriori spiegazioni di una vittoria annunciata ma non colta per tempo da chi avrebbe dovuto farlo, resta il problema per i partiti tradizionali d’interrogarsi sul proprio futuro predisponendosi a una fase di profonda ristrutturazione. Nelle idee, nei metodi e nelle persone. Ma questa è un’altra storia.