Immigrazione: dalle parole ai fatti

Dopo la prova di forza con l’Europa sull’immigrazione adesso serve stabilire cosa fare per il futuro. Non basta dire, come fanno gli altri Paesi: “Gli immigrati non li vogliamo”. Bisogna trovare il bandolo della matassa. Ma dov’è questo bandolo? E, soprattutto, chi lo deve cercare? Sembra ovvio che la fase della chiusura dei porti italiani alle imbarcazioni che soccorrono i naufraghi dei “gommoni” sia l’extrema ratio. A monte c’è l’obiettivo di non farli partire. Ma un impegno tanto complicato non può essere scaricato solo sull’Italia. Serve l’Unione europea.

Se il pugno duro di Matteo Salvini sulla vicenda della nave Aquarius è servito a riportare l’attenzione generale su ciò che accade nel Mediterraneo centrale si può dire che abbia colto il bersaglio. Tuttavia, il futuro è nelle mani delle governance dell’Unione che devono dare seguito a ciò che loro stesse hanno deciso in passato, ma che finora è rimasto lettera morta. Del fenomeno del traffico di essere umani dalla Libia si conosce tutto, o quasi. Il 22 giugno 2015, il Consiglio Affari Esteri dell'Unione europea ha avviato ufficialmente l'operazione Eunavfor Med operazione Sophia. Un progetto articolato in tre fasi il cui scopo finale è di neutralizzare le rotte dei trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo. Gli obiettivi della prima fase dell’operazione, consistente nella sorveglianza aeronavale per l’individuazione delle reti del traffico di migranti, sono stati rapidamente raggiunti.

La seconda fase, che prevedeva la ricerca di navi sospette, è stata di fatto superata dal cambiamento di strategia dei trafficanti i quali hanno sostituito i grandi barconi pilotati da propri uomini con piccoli gommoni affidati alla guida degli stessi immigrati trasportati. Dove la missione si è arenata è sull’avvio della terza fase di ricerca dei trafficanti oltre che in mare anche sulla costa libica. Lo scorso anno, all’aggravarsi della situazione, la Commissione europea aveva fatto qualche passo avanti mettendo a punto il cosiddetto piano d’azione denominato “Migrazione nella rotta del Mediterraneo centrale”.

Il punto nodale del progetto ruota intorno alla disponibilità del Governo riconosciuto di Tripoli di autorizzare unità navali militari battenti bandiera di nazioni europee ad entrare nelle proprie acque territoriali per impedire la partenza delle imbarcazioni cariche di immigrati, anche ricorrendo al blocco dei porti interessati. Poteva essere la soluzione del problema ma non c’è stata la capacità, o la volontà, di metterla in pratica. Eppure le autorità di Tripoli stanno a chiedere continuamente quattrini all’Europa. Messo di fronte al rischio di collasso del sistema dell’accoglienza in Italia, il ministro dell’Interno Marco Minniti, nel 2017, pensò bene di accordarsi personalmente con le tribù della Tripolitania affinché, in cambio di denaro, fermassero le partenze dei gommoni. In parte l’operazione è riuscita: lo scorso anno abbiamo avuto un crollo degli arrivi. Ma la strategia di Minniti, benché vincente nel breve periodo, non può costituire la stella polare alla quale orientare i rapporti di lungo termine con la Libia. Ostano almeno due valide ragioni. La prima di ordine strategico: l’incerta dinamica conflittuale nel Paese nordafricano è tale da precarizzare gli accordi stipulati con le fazioni in guerra. La seconda motivazione ha fondamento etico-ideale. Uno Stato sovrano non può scendere a patti con organizzazioni criminali piegandosi a pagarle per evitare che queste fomentino l’illegalità. È come se domani il nostro Governo, di fronte alla diffusione incontrollata degli stupefacenti, decidesse di corrispondere una gabella ai clan calabresi, siciliani e campani per convincerli a togliere la droga dalle strade. Sarebbe un prezzo troppo alto per qualsiasi Stato democratico anche in presenza dell’odioso ricatto delle vite umane degli immigrati usati come merce di scambio.

Siamo chiari, e vorremmo che lo fosse anche il neo-ministro Salvini: un conto è investire risorse sul piano d’uscita dell’Africa dal sottosviluppo, altro è versare il pizzo agli scafisti. Questi ultimi vanno braccati e messi in catene, altro che milioni di euro a gogò! Piaccia o no si dovrà cominciare a fare sul serio con la Libia paventando ai personaggi di Tripoli e dintorni la possibilità concreta di un intervento militare. Ciò sarà inevitabile quando si capirà che l’unico modo per fermare l’invasione è di riportare indietro i migranti da dove sono partiti.

Certo, non è pensabile che i disperati vengano rimessi nelle mani del crimine organizzato. Per questo è necessario implementare l’altra parte del piano d’azione europeo che, almeno sulla carta, prevede gli hot-spot sul territorio libico gestiti dalle organizzazioni umanitarie. Magari, aggiungiamo noi, sorvegliati da un contingente militare dell’Unione europea. Finora i nostri partner hanno fatto orecchie da mercante perché il caos libico ha fatto comodo a molti. Ma visto che siamo sull’hashtag: “lapacchiaèfinita”, sappia il premier Giuseppe Conte completare, a Bruxelles, l’opera cominciata da Salvini. Minacci pure i suoi colleghi che o si fa tutti insieme la lotta all’immigrazione clandestina o l’Italia si metterà di traverso su tutte le decisioni comunitarie che stanno a cuore agli altri. A cominciare dal rifinanziamento alla Turchia del patto per tenersi i profughi siriani. Se è vero che a Bruxelles l’unica cosa che conta sono i veti, qualcuno drizzerà le orecchie.