Davigo e il segno dei tempi

La trionfale elezione di Piercamillo Davigo al Consiglio Superiore della Magistratura è il segno inequivocabile della fine dell’egemonia culturale della sinistra nella società italiana.

Naturalmente ha giocato in favore di Davigo la notorietà mediatica e la grande capacità comunicativa di un magistrato che in tanti anni di attività è diventato un personaggio popolare. Ed è scontato che questa popolarità abbia influenzato la generazione più giovane dei magistrati meno condizionata dalle logiche politiche e correntizie del passato. Ma spiegare il successo dell’ex magistrato del pool di “Mani Pulite” alla sua conclamata mediaticità è sicuramente riduttivo. Ed è altrettanto riduttivo pensare che i 2522 voti su 8010 votanti per il Csm siano stati la conseguenza del gioco di correnti avvenuto all’interno della categoria delle toghe negli ultimissimi anni.

Il successo di Davigo, in sostanza, non è solo il frutto della popolarità mediatica e delle logiche sindacali. È il segnale fin troppo evidente che non solo nel mondo della magistratura ma in tutta la società italiana è tramontata quella egemonia della sinistra che aveva dominato il Paese dagli anni Sessanta del secolo scorso ad oggi. Dunque Davigo è il segno che il populismo di destra sta diventando egemone in sostituzione del cattocomunismo tramontato? Questo schematismo non regge. Non solo per le caratteristiche personali di Davigo, ma perché il cosiddetto populismo di destra non ha alle spalle una teoria della conquista dell’egemonia nella società simile a quella gramsciana ma ha solo una istintiva e individuale richiesta di liberazione dai meccanismi ideologici e oppressivi del passato.

Questa spinta, che non riguarda solo il nostro Paese ma che investe l’intero mondo occidentale, non ha nulla di sistematico. Per il momento ha sicuramente prodotto il cambiamento degli equilibri politici in Italia e all’interno del Csm. Ma tutto in maniera occasionale e istintiva senza trasformarsi in sistema stabile e chiuso.

I nostalgici del passato considerano l’innovazione una iattura. Chi auspica il cambiamento per il cambiamento una benedizione. I realisti hanno un solo compito. Evitare la iattura e indirizzare il processo d’innovazione verso una stabilizzazione democratica e liberale.