La gara di terrorismi

La chiusura dei porti di salviniana scelta è, come tutte le decisioni “politiche”, soggetta a discussioni, pareri, contrasti fra i sì e i no, agli umori, anche, dei partecipanti o interessati al dibattito. Ma c’è chi anche segue la strada, peraltro non inedita, della veemenza accusatoria, vedi il caso di Roberto Saviano che, metaforicamente ma non tanto, ha spesso dalla sua toni terroristici come quelle vere e proprie sparate contro, per dirla col nostro giornale. Una questione di stile, dice qualcuno liquidando alla buona simili faccende alzando le spalle come per dire, è la solita savianata. Del resto, qualcun altro replica allo stesso modo parlando di salviniate, e vabbè.

Solo che le cose non finiscono mai così quando, appunto, c’è di mezzo la legge della Polis, sia pure come quella scalcinata di casa nostra, e avviene che, quasi quotidianamente, la corsa e la rincorsa alle accuse e controaccuse  avviene in un crescendo voluto quasi sempre da ben noti rappresentanti di governo che, come nel caso di Luigi Di Maio, ha parlato, come è noto, di “terrorismo psicologico” essendo alle prese con un decreto onnicomprensivo dal nome leggermente altisonante, di “Dignità”.

Vediamo. C’è uno studio dell’Adapt - un centro studi fondato da Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse perché si stava occupando come consulente dell’allora ministro del welfare Roberto Maroni, per una riforma della legislazione sul lavoro, anche con l’obiettivo di promuoverne la flessibilità - che ha commentato il suddetto decreto in discussione al Parlamento con un documento di 255 pagine redatto da venti studiosi, quasi tutti docenti universitari.

Senza entrare nei dettagli, va detto subito che il documento dei 20 boccia il (o la) Dignità e non è d’accordo con un decreto che, tra l’altro, farà sicuramente aumentare il contenzioso e ridurrà l’occupazione, non solo, ma non è capace di “rispondere con l’introduzione di nuove tutele alle sfide poste dai cosiddetti mercati transizionali del lavoro quanto quella di imporre una stretta sulla temporaneità dei contratti senza che questa sfociasse in un processo di governance del mercato del lavoro “e mancando interventi in materia di politiche attive, quali la riqualificazione professionale, formazione, welfare, anche un intervento sulla normativa di contratto a termine, ben difficilmente produrrà risultati positivi”. Tra l’altro, i venti studiosi fanno notare che l’incidenza epocale delle novità nei sistemi produttivi, fa registrare che “quasi la metà dei contratti di lavoro a tempo indeterminato cessano dopo due anni, e questo non soltanto nelle regioni del Nord Italia”.

Insomma, se l’articolato Decreto “della Dignità” non contiene alcuna concreta ed efficace soluzione innovativa, ma semmai il contrario cioè un effetto depressivo sul mercato del lavoro che aveva lentamente ripreso a crescere con l’economia, sembra comunque, come osserva l’Adapt, che col “Decreto Dignità pare essere tornati a una concezione del diritto del lavoro tutta difensiva, similare a quella degli anni Settanta”, introducendo incertezza giuridica col rischio di rinfocolare il contenzioso lavoristico.

Immediata la risposta di un secco ma inflessibile Di Maio, toccato peraltro sul vivo come ministro del Lavoro, dall’Adapt , fondata, lo ripetiamo, da quel Marco Biagi ucciso dai brigatisti. Non ha avuto il tempo, è comprensibile date le deleghe, gli impegni e, soprattutto i tweet e gli spot quotidiani, di contestare i punti della clamorosa bocciatura infertagli dall’associazione per gli studi sul lavoro e le relazioni industriali, si è limitato a una sobria dichiarazione: “Si tratta di terrorismo psicologico per impedire il cambiamento”.

Appunto, il terrorismo. Meno male psicologico, altrimenti…