Due vice onnipresenti, un premier in gabbia e un Bonafede giustizialista

Siccome anche da parte di chi fa il nostro mestiere la lettura di programmi e proposte di chi, mettiamo il Movimento Cinque Stelle, anelava a Palazzo Chigi e non solo, era (è) spesso superficiale se non addirittura nulla, ecco che questa mancata cognizione anticipata ritorna prepotentemente se non nei fatti (pochissimi) di certo nelle ri-petizioni, ri-dichiarazioni, ri-conferme minacciose. Campagna elettorale continua, sembra dunque il sigillo di questa maggioranza di governo.

Intendiamoci, il Luigi Di Maio parlatore a oltranza eccelle e qualcuno ne fa notare la provenienza dal sempre canterino Golfo di Posillipo, ma a questa deriva dichiaratoria non sembra a volte sfuggire neppure il nordico Matteo Salvini che non dovrebbe dimenticare l’antico adagio meneghino: “var puŝè un andá che cent andèmm” (vale di più un andare che cento andiamo).

Il punto è che entrambi i vicepresidenti del Consiglio ma con deleghe ministeriali precise e impegnative danno spesso l’impressione di occuparsi, se non dello scibile umano (pardon, politico) di tutti o quasi i dicasteri altrui e, in primis, del Primo, cioè di Palazzo Chigi col suo Presidente.

Non è e non vuole essere un rilievo critico ma, semmai, una constatazione che attribuisce soprattutto al leghista Salvini indubbie doti e capacità, purché non si “allarghi troppo” ben sapendo che un ruolo del genere non può dedicarsi soltanto alla delega, pur importante e pesante, agli Interni con, peraltro, una particolarissima, insistita, urlata dedizione al problema più problema di tutti, quello dei migranti che, pure, sono diminuiti di molto. E vabbè.

Comunque sia, l’immagine di Giuseppe Conte non può non rimpicciolire, al di là dei suoi meriti e impegni, tale da apparire in un certo senso al guinzaglio dei suoi vice, forse (anzi, senza forse) a leggere con attenzione la vera, autentica visione dei pentastellati annunziata fin da prima, secondo cui il Presidente del Consiglio deve rimanere nei confini di un esecutore di un programma che, peraltro, non ha redatto.

Le cose cambiano, come si usa dire ed è probabile che la loro forza determinerà la violazione di questi confini e forse, per iniziare una musica diversa a Conte si potrebbero suggerire alcune varianti alla predicazione di quella sorta di tanto peggio tanto meglio che pare così cara a quel Beppe Grillo su cui sbagliano i critici più cattivi accusandolo di fascismo, ma semmai di sfascismo, sia pure con punte per dir così autoritarie a proposito degli stessi suoi parlamentari ritenuti né più né meno che dei funzionari al servizio del partito, fermo restando il potere dei cittadini di destituirli in qualunque momento. Era una proposta fatta in un discorso di Grillo nel 2007 al Parlamento europeo, seguito da una raccolta firme. Non solo, ma già dalla fondazione del suo M5S aveva praticamente chiesto l’abolizione dell’articolo 67 della Costituzione (“Ogni parlamentare rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) e twittando puntualizzava elegantemente che “i parlamentari non possono fare il cazzo che gli pare. Se qualcuno di loro vuole decidere voti e alleanze indipendentemente dal mio imperativo, lo prendo a calci nel culo!”.

In compenso, il Governo – molto meno deputati e senatori con un Parlamento con poche cose da fare a parte la “Dignità” – sembra davvero impegnato più che nel fare, nel disfare a cominciare dalla famosa Tav che il ministro Danilo Toninelli vuole bloccare, con un chiaro e forte no al gasdotto, un altro no, non va bene all’Ilva e tutto il resto, a parte, ben s’intende, il profluvio di annunci e opere e interventi grandi e grandissimi sia pure non chiaramente specificati e comunque nel mirino di un Giovanni Tria che non perde lucidità ma anzi, un giorno sì e l’altro pure, richiama agli obblighi di un bilancio disastrato, per non dire dei conti pubblici senza copertura a fronte di spese folli.

Mettere un freno al populismo, soprattutto quando diventa governante, è un’impresa quasi disperata e non a caso il Cavaliere sta già ragionando sulla non lontana fine di questo Esecutivo forse, anzi senza forse, ascoltando con qualche attenzione e preoccupazione il programma del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che, a sentire avvocati, docenti e insigni studiosi del settore come G. Fiandaca, sembra l’artefice di una sorta di tsunami (un altro!) di quella demagogia giudiziaria secondo la quale “la legge penale e la pena sono armi per combattere i nemici del popolo, identificati come tali alla stregua delle attuali ideologie populiste e in base alle logiche di una persistente campagna elettorale che strumentalizza le paure e i sentimenti di insicurezza (a torto o a ragione) diffusi nella popolazione”. E la giustizia? In ostaggio.