Salvini è fra due fuochi, o tre

Sappiamo benissimo quanto le vigilie tribunalizie (Genova per la Lega) incidano anche in profondità nel comune sentire e lavorare di un partito, Lega in primis, ma non solo.

Il fatto è che da quasi trent’anni - così tanto per fare un cifra - gli eletti dal popolo nei movimenti presenti in Parlamento sentono dietro di sé il fiato delle procure e, pur rischiando noi di apparire passatisti, viene voglia di dire loro, anno 2018, perché non avete fatto un riforma della giustizia degna di questo nome? Ma tant’è.

Il caso Salvini è del resto emblematico in questa quasi Terza Repubblica così simile, come la precedente, alla prima, proprio per via degli incontri-scontri con il potere reale e duraturo in Italia, quello dei Tribunali, sullo sfondo di un quadro politico nel quale spicca innanzitutto l’Esecutivo in carica, del quale Matteo Salvini è vice presidente ma sempre e comunque con al fianco il collega Luigi Di Maio dalla carica equipollente ma anche e soprattutto dalle idee, ideologie, programmi e visioni future ben diverse dalle sue se non addirittura opposte, fermo restando comunque che a detta di molti (e non a torto) la substantia politica grillina sta nel rovesciare le cose, buttarle a monte, sfasciare.

In questo quadro a dir poco complesso la decisione salviniana di mollare l’alleato Silvio Berlusconi e mettersi insieme all’avversario (di allora) Beppe Grillo, ha destato non pochi interrogativi fin dall’inizio negli stessi commentatori sia per la diversità programmatiche dei due movimenti sia per la stessa personalità di un Salvini che, per dirla alle spicce, le ha viste tutte (ma proprio tutte) in politica, dai tempi di Umberto Bossi e Bobo Maroni, rispetto alla cosiddetta “innocenza” grillina in alleanze di governi.

L’abbandono di un alleato, e che alleato, è sempre una decisione di fondo e comunque di rottura anche se, sullo sfondo di una “Repubblica” come l’attuale, abbandoni e rotture si svolgono su un terreno talmente scivoloso da creare stop an go, andirivieni se non andate e ritorno, fermo restando che, tanto per citare i dati dell’ultima legislatura pronuba di questa, i cosiddetti cambi di casacca, anche più di una volta, sono stati 566 (cinquecentosessantasei), di cui 40 negli stessi grillini tant’è vero che il capo di allora e di oggi (e di domani) ha voluto un nuovo statuto pentastellato secondo il quale, qualora un loro parlamentare lasci il gruppo, dovrà pagare al movimento una somma di 100mila euro, benché la Costituzione sia poco d’accordo e pure i regolamenti delle Camere.

Intendiamoci, più di uno che se ne è andato ha fatto ritorno e questo andirivieni non è escluso nemmeno per i partiti-movimenti in sé, pensando proprio a un Salvini oggi alle prese con problemi assai diversi da quelli di fare un governo con Grillo ma di realizzare, in questo governo, un progetto, un bilancio futuro degni davvero dei trascorsi politici leghisti, al di là dell’antico grido lumbard! sostituito dalle avances, più o meno gridate ma opposte per il sovranismo.

Intanto, il tribunale di Genova è alla vigilia di decisioni di non poco conto riguardo alla Lega e sarebbe fin troppo normale, se non banale, ipotizzare nei pentastellati un tifo, giustizialista e non sportivo, per questo tribunale, ancorché le dichiarazioni di un Luigi Di Maio ventiquattro ore al giorno davanti a microfoni e telecamere esprimano solidarietà “politica” all’alleato. Chi vivrà vedrà, come si dice.

Nel frattempo ci si agita a proposito dello sfondamento del leggendario, ma pur sempre obbligatorio 3 per cento e mentre un Di Maio canterino annuncia che non pugnaleremo gli italiani per stare dietro alle agenzie di rating e un Alessandro Di Battista sfida gli alleati su reddito e Autostrade con un perentorio “vediamo se sono davvero diversi rispetto a Maroni”, Salvini lancia dalla Bèrghem Fest un forte “ci saremo con o senza condanne” e apre un nuovo fronte (“entro l’anno, la legge sulla legittima difesa”), ma non si sbilancia su Tap, Tav e vincoli europei, in un quadro in cui Di Maio, secondo taluni, vorrebbe dare comunque la precedenza al reddito di cittadinanza e il sindaco di Torino, Chiara Appendino, chiede al ministro Danilo Toninelli di ribadire chiaro e forte il suo no alla Tav mostrando nel contesto una sorta di rimpianto per un accordo di governo col Partito Democratico sostenendo che “è colpa di Matteo Renzi se ora governiamo con la Lega”.

E delle cosiddette pensioni d’oro? Al di là della proposta di legge delle maggioranza depositata in Parlamento e oggetto di non poche critiche, un infaticabile Di Maio ha proposto definitivamente e ufficialmente lo schema a proposito di tagli sopra i quattromila euro di pensione. Fine della storia? No, perché lo stesso Salvini non appare d’accordo come tutta la Lega, giacché il loro viceministro all’Economia Massimo Garavaglia ha dovuto prendere atto che “sulle pensioni d’oro le divergenze sembrano molto grosse”.

Per non dire della minacciata abolizione dell’Ape, ma qui parla l’Uil: se abolite l’Ape sociale, c’è chi lavorerà quattro anni in più. Ne vedremo delle belle.