Tranquilli, al timone c’è Savona

Per comprendere il perché, sulla questione della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, il nostro Paese sia messo sotto stress dalle istituzioni comunitarie bisogna leggere un elaborato del ministero degli Affari europei, risalente allo scorso settembre, dal titolo “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”.

Il documento, attribuito al ministro Paolo Savona, contiene in epigrafe la chiave che spiega la crisi tra Bruxelles e Roma. È una citazione da “Il Principe” di Niccolò Machiavelli: “Non esiste cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo e introdurre nuovi ordini, perché lo introduttore ha per nimici tutti quelli che degli ordini vecchi fanno bene, e ha tepidi defensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbono bene”.

Illuminanti parole che suonano profetiche. A spaventare l’establishment eurocratico non sono i decimali di deficit in più con i quali il Governo italiano vorrebbe traguardare gli obiettivi programmatici del “Contratto”. Tra l’1,9 per cento che la Commissione sarebbe disposta a concedere in deroga alla regola del Fiscal Compact e il 2,4 per cento dichiarato nella Nota di aggiornamento al Def lo scostamento sarebbe di uno 0,5 per cento che, in moneta sonante, corrisponde a mezzo punto di Pil. Niente rispetto ai 365 miliardi e 156 milioni di euro di maggior debito accumulati tra il 1 gennaio 2012 e il 31 dicembre 2017 dai Governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, proni ai diktat europei. L’establishment di Bruxelles per sette anni non ha fatto una piega di fronte al lievitare del debito, mentre adesso inarca inorridito il sopracciglio per uno score di 8,5 miliardi di euro? Sarebbe bizzarro se non fosse per il panico che si va diffondendo tra le istituzioni comunitarie con l’approssimarsi della campagna elettorale per le elezioni europee.

Ciò che spaventa i guardiani del potere a Bruxelles sta in quella pretesa garbata ma potente, messa nera su bianco dall’italiano Paolo Savona, di voler discutere di una nuova “politeia”, che si traduce nel ricercare una “visione concordata diversa da quella perseguita finora per il perseguimento del bene comune europeo”. Il progetto targato Savona è di “rendere espliciti gli strumenti da attivare per raggiungere gli obiettivi indicati nei Trattati”. È il disvelamento di una verità dolosamente taciuta e che riguarda il deragliamento della politica comunitaria dagli obiettivi sanciti nell’articolo 3 del Trattato costitutivo della Ue. È il rovesciamento prospettico dell’interlocuzione tra struttura sovranazionale e un Paese membro per effetto del quale è quest’ultimo a chiamare sul banco degli imputati i manovratori del sistema e non, viceversa, la struttura a impartire lezioni e pagelle.

L’Italia, nello scritto del ministro degli Affari europei, indica la via alternativa al declino economico nel quale rischia di naufragare l’acquis europeo: invertire la funzione della politica fiscale che deve essere al servizio della crescita del reddito e dell’occupazione laddove oggi essa è subordinata all’istanza di stabilità monetaria. E per tale scopo Savona propone l’innalzamento delle competenze della Banca centrale europea, rendendo strutturali le funzioni di prestatore di ultima istanza (Lender of last resort) che la Bce ha finora svolto solo in via straordinaria ed emergenziale. Siamo al paradosso per cui sebbene l’Euro sia la seconda moneta negli scambi reali e finanziari globali non ha alle spalle a sostenerlo una Banca centrale con i medesimi poteri di cui godono tutte le banche centrali del mondo. E se oggi la moneta unica è vissuta dalla maggioranza dei popoli dell’eurozona non come opportunità ma come gabbia opprimente lo si deve al fatto che la sua introduzione è stata sostenuta dalla decisione di orientarla al governo dell’offerta senza che tale scelta venisse bilanciata da sufficienti interventi integrativi sulla domanda aggregata. Perché stupirsi che il nostro Paese provi a fare ciò che i guardiani dell’architettura istituzione europea non hanno saputo o voluto fare nell’ultimo decennio? Prendersela con l’Italia se il saggio di crescita reale dell’area euro non è minimamente comparabile a quello del resto del mondo è solo una vieta ipocrisia autoconsolatoria. Bruxelles contesta a Roma la volontà di sforare i limiti di deficit programmati, eppure, l’ordine di espandere la domanda interna ai Paesi in avanzo di bilancia corrente estera, anche in deroga ai vincoli fiscali, sarebbe dovuto partire proprio dalle stanze ovattate della governance dell’Unione. Si è preferito, invece, tenere al guinzaglio stretto il tasso d’inflazione. Da qualche parte si è ipotizzato che fosse la volontà tedesca, patologicamente ossessionata dallo spettro di Weimar, a impedire che la struttura europea esercitasse con efficacia i principi di sussidiarietà e proporzionalità iscritti nel suo Dna. Può darsi. Ma la verità è che l’abbandono della discrezionalità nelle scelte che è tipica della politica ha lasciato il campo all’egemonia degli indicatori matematico-statistici e alle formule algoritmiche. E si è fatta strada la convinzione che bastasse un pilota automatico per dirigere la vita di uno Stato nazionale che è prima di tutto comunità di destino di un popolo. Non si è valutato a dovere l’impossibilità per un pilota automatico di riconoscere un iceberg quando lo incrocia sulla propria rotta.

Ecco, dunque, qual è il portato simbolico di quello zero-virgola che segna la nuova linea del Piave in una guerra che, una volta iniziata, dovrà essere portata a termine. E auspicabilmente vinta. Gli italiani, che non sono stupidi, sapevano perfettamente in cosa si sarebbero imbarcati votando Lega o Cinque Stelle. Eppure lo hanno fatto credendo nella potenzialità “rivoluzionaria” dei due giovani condottieri, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. E ora si fidano di Paolo Savona, il vecchio nocchiero che tiene il timone.