Le elezioni e il ballo di San Matteo

Ha un bel dire Matteo Salvini, come in una sorta di giaculatoria laica, che il “suo” governo durerà cinque anni. Ma chi da sempre osserva la politica italiana, sa innanzitutto che nessun governo fino ad ora è riuscito a completare il suo mandato quinquennale. Come ha ricordato anche il nostro direttore, la campagna elettorale è già iniziata. Ci siamo.

La chiamano “competition” e di certo ciò che nella attuale “coalition” si accende a giorni alterni sfiorando la rissa - sia pure civile, a parole, a impulsi misurati - che esonderà ben presto non appena scoccheranno le ore dello scontro elettorale. Allora la competizione, tutta interna oggi, esploderà senza riguardi per nessuno. Andrebbe comunque visto con un qualche occhio curioso l’incontro che ha fatto nascere il Governo Salvini-Di Maio immaginando un ring con un arbitro di nome Giuseppe Conte che, pure, è della partita ma vi partecipa, come dire, non a pugni chiusi, anzi. Su un ring che è comunque interno, come si diceva, ma verrà fuori occupando la scena più ampia di un Paese che, a sua volta, non sembra comunque convinto dalle parole salviniane sulla durata governativa.

Si è detto e scritto che si è trattato bensì di un’alleanza fra due populismi con punte accese di giustizialismo, aggiungendo, spesso e volentieri, che fra Lega e Movimento 5 Stelle le differenze erano, sono, se non abissali, di grande evidenza, non fosse altro perché un Salvini non è spuntato come un Beppe Grillo oppositorio sempre e comunque, giacché la Lega conosce, eccome, le stanze del potere e non solo locale. Il punto è che i due populismi alleati nel Palazzo più palazzo di tutti hanno per dir così affievolito le differenze e accorciato le distanze, che pure restano ma sono sempre meno aggressive, sempre meno pugnaci, sempre più tiepide non foss’altro che nella distribuzione del sottopotere, o lottizzazione; una parola, una pratica maledetta, vergognosa, impronunciabile dagli attuali governanti, finiti pure loro, come tutti, nel grande, vasto terreno decisionista con sopra la scritta: si fa, ma non si dice.

Ma se le distanze reciproche rischiano di avvincere i due protagonisti in una sorta di abbraccio sia pure competitivo, questo sta suscitando fra i pentastallati, nutriti di opposizione sempre e comunque, le inquietudini di un Roberto Fico e di un Alessandro Di Battista che, a quanto si sussurra, tendono a diversificarsi dal loro vicepresidente del Consiglio che non offenderà se è finito nel catalogo, peraltro assai nutrito, dei governativisti. Naturalmente con spunti e atteggiamenti duramente polemici contro un’Europa e i suoi giudici, non poco severi, delle manovre economiche di un sempre pacato ministro Giovanni Tria.

Sullo sfondo dello scontro europeo, ma senza arrabbiature visibili, si muove Salvini del quale la cosa più semplice, quasi banale, è dire che sta cavalcando l’onda sovranista, forse in modo meno giustizialista degli alleati ma di certo più fruttifera (come i buoni…) di risultati in Parlamento, ma proprio perché sta per suonare l’orologio delle elezioni - che saranno comunque di segno politico - la cavalcata salviniana, il ballo di San Matteo, dovrà guardare non soltanto alla propria ma alle altrui praterie per un raccolto a sua volta fruttuoso.

E non è affatto difficile ipotizzare che lo sguardo più attento sarà (anzi, è) dedicato proprio al partito che è o doveva essere il suo alleato di governo, quella, anzi questa Forza Italia che sembra stia facendo di tutto per non farsi sentire, non alzare la voce e, soprattutto per non attrezzarsi, nel Paese e nel partito, se c’è ancora, dotandosi di gruppi dirigenti rinnovati, di forze ed energie nuove, di capacità effettive di aumentare la propria consistenza oggi non eccelsa e di garantirsi in uno scontro elettorale rispetto al quale il ring di oggi è una palestra di suoni e canti.