Dopo gli Angelus di San Pietro anche le prediche di San Remo

Claudio Baglioni, da sempre indicato come il simbolo del cantautore del disimpegno, ha colto al volo il suo secondo Festival di San Remo per ribaltare la propria immagine e trasformarsi in un artista sensibile non solo ai sentimenti individuali ma anche ai grandi temi del tempo presente. Nel presentare la prossima edizione del Festival della canzone italiana ha pronunciato il sermone contro la cattiveria ed il rancore che pervadono il Paese attaccando i governi passati e presente accusandoli di non aver saputo affrontare e di non saper risolvere il problema dell’immigrazione. “Non si può pensare di risolvere questa situazione di milioni di persone in movimento - ha sostenuto - evitando lo sbarco di quaranta o cinquanta persone”.

Di fronte alla conversione di Baglioni, il vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, si è sentito chiamare in causa ed ha invitato il conduttore a cantare lasciando che del problema dell’immigrazione se ne occupi chi ha il titolo e la legittimità istituzionale per farlo.

È fin troppo evidente come la risposta di Salvini a Baglioni sia destinata non a sopire ma ad alimentare la diatriba tra neo-impegnato sul fronte del buonismo ed il titolare indiscusso del cattivismo italico. Anche perché può consentire al cantante-conduttore di sfruttare la “retorica dei ponti” per alimentare il lancio pubblicitario della prossima edizione del Festival ed al leader della Lega di tornare a cavalcare la “retorica dei muri” per rilanciare il tema dominante della sua campagna elettorale per il voto europeo.

In fondo questa polemica è il segno indiscusso della estrema popolarità della questione dell’accoglienza e delle migrazioni. Se dopo gli Angelus di piazza San Pietro di Papa Francesco anche il Papa laico di San Remo si mette a predicare la santa bontà contro l’egoismo dei cattivi vuol dire che il tema è al primo posto della lista delle preoccupazioni degli italiani. E chi lo sfrutta non può non ricavarne qualche beneficio. In termini di audience, di pubblicità, di consenso.

È la logica della società della comunicazione e dell’immagine. Ma è anche quella di un manicheismo tra bene e male che rischia di riportare indietro di parecchi secoli la società italiana.