Governare con battute e risse non basta

Silvio Berlusconi, che delle battute era (ed è) un autentico maestro, non ne abusava stando al Governo e ciò non tanto o non soltanto perché doveva mostrarsi all’altezza del compito lontano dalle immagini di un uomo inventore della tivù privata (e non solo), ma per la consapevolezza dell’esperto del settore, ben consapevole che il battutismo in politica è destinato al logorio della stessa e di chi la esercita.

Matteo Salvini non sembra, almeno fino ad ora, seguirne l’esempio se è vero come è vero che il suo incedere nel mare magnum di una Polis quanto mai complessa e al tempo stesso “smandrappata” appare ai più come un cammino ricco bensì di annunci e di risse (di Governo, innanzitutto), ma peggiorate da quelle che il nostro giornale, ma non solo, definisce degne da bar dello sport e, ovviamente, nocive ai risultati della funzione esercitata a Palazzo Chigi. E maggior ragione dal ministero degli Interni.

Il fatto è che la rissa, soprattutto di carattere politico, ha bisogno l’un dell’altro, tanto più se l’altro, che non è un Beppe Grillo comunque deciso ad astenersene, ma il collega grillino vicepresidente Luigi Di Maio, se ne mostra invece alieno e più votato alle risposte per dir così ufficiali, dal Palazzo. Da cui, semmai, vanno lanciati, anche più di una volta al giorno e davanti a telecamere onnipresenti, i leggendari annunci. Leggendari, appunto.

Qualcuno ha scritto, a tal proposito, che l’importante è “darsele di santa ragione” specialmente in una campagna elettorale che, per fortuna, durerà ancora una decina di giorni ma c’è da scommetterci che anche dopo questo importante appuntamento, il metodo di cui sopra debba avere un termine, al contrario.

Nel frattempo, non si capisce a chi possa giovare un quotidiano lanciarsi addosso accuse e progetti, contestazioni e minacce più o meno velate sullo sfondo salviniano della scivolata sulla questione di Armando Siri, a proposito della quale ci sia concesso una riflessione sul metodo liquidatorio del sottosegretario che definire spicciolo e di corsa, cioè senza una lettura attenta delle carte, rientra nella categoria speciale di un giustizialismo prêt-à-porter ma, a suo modo, esemplare.

Intendiamoci, quantità, qualità e peso di battute (e minacce) variano a seconda degli argomenti e non v’è dubbio che la minaccia di Matteo Salvini di chiudere tutti i negozi di vendita della cannabis light va presa non solo con la massima cautela, ma per la pratica impossibilità della sua realizzazione, il che semmai conferma che, se anche lo stile è l’uomo, è indubbio che proprio lui non sappia perfettamente quello che dice e le (non) conseguenze derivanti, a parte l’aver buttato fumo negli occhi nei giorni in cui alla salita dello spread, che per i governi è una sorta di incubo. E alla sua ascesa a quota 290 non sarà semplice rispondere con una battuta.

C’è comunque da sottolineare che ogni campagna elettorale comporta simili usi e costumi, ma appare a non pochi desolante una rincorsa sconclusionata per accaparrarsi voti appartenenti più alla categoria dell’ipotesi che della certezza, a meno che l’elettore tipo si faccia persuadere facilmente da promesse sullo sfondo delle pochissime o nulle riforme realizzate. E a maggior ragione se queste promesse e relativi annunci subiscono mutazioni con incessante regolarità.

Qualche dubbio in proposito è lecito.