Chi ha paura del Vate?

Eppure ne è passata d’acqua sotto i ponti, e molta è la Bora che ha soffiato e nonostante ciò, ancora oggi l’intellighenzia sinistrorsa nostrana, dimostrando per l’ennesima volta di temere gli spettri di uomini che furono certo migliori di loro, perché comunque hanno lasciato una traccia – piaccia o meno – nella Cultura mondiale, che sono ancora vivi e più vitali di loro.

Ecco che Gabriele D’Annunzio oggi dà ancora fastidio, non più a Benito Mussolini e a tanti mediocri gerarchi d’un tempo, non più inviso e invidiato per le sue amanti e per le sue avventure di mare, di terra e di cielo, ma per il suo ricordo coagulato in una statua che lo effigia seduto su una panchina, in abiti civili, intento a leggere, malinconico, un libro.

L'opera assolutamente fedele alla più classica e più nobile tradizione italica della scultura è dell’artista Alessandro Verdi, bergamasco e come tale figlio di quell’allure del Lombardoveneto, possesso della Serenissima. La statua dovrebbe essere collocata nella piazza della Borsa, a Trieste, ma qualcuno, evidentemente ancora esacerbato o comunque con molto tempo a sua disposizione, la ritiene “offensiva”. 

In effetti, per amor del paradosso, tale scultura potrebbe essere gravante di “offese” per l’incolto, in quanto potrebbe rammentare al distratto passante che un tempo questo Paese – oggi triste e intristito – ha avuto uomini d’onore e di coraggio, oltre che di cultura, che hanno unito il loro vocabolario forbito alle gesta e all’azione. Nostalgismo? Ridicolo il solo pensarlo. D’Annunzio fu forse l’ultimo esponente italiano del nostro millenario amore per l’Arte e la Bellezza, quella figlia di Roma, di Bisanzio, ancora profumata della Rinascenza con i suoi fasti e le sue voluttà.

Così mentre il Miramare si riflette fantasmatico nel suo notturno argenteo fatto d’acqua, una statua andrà a unirsi a quelle di James Joyce e di Italo Svevo, per ricordare a coloro che si ostinano a  fare della Cultura soltanto una serva della propria personale ideologia, che i poeti, gli artisti e i grandi uomini godono dell’assoluto privilegio del guardare oltre le umane meschinerie e restano lì, immortali, a guardare il tempo che invece, inesorabile, porta via con sé tutti i mediocri e livorosi parolai che oggi sono e domani… chissà.