Travaglio, pontifex della repressione

Quello ritratto in fotografia è Marco Travaglio, esponente del giustizialismo nostrano, pontifex della repressione, fustigatore di uomini e costumi.

Chiunque abbia assistito ad una delle sue numerose esibizioni televisive ne avrà apprezzato e temuto il rigore morale, mai disgiunto da una ferrea e coerente logica fondata sul dogma della colpevolezza innata in ogni essere umano.

Quello ritratto in foto è un giornalista libero e indipendente - al secolo, Marco Travaglio - che applica a se stesso il principio costituzionale valido per i Giudici: l’esclusiva soggezione alla legge della quale non ha conoscenza. Il gesto che esibisce - e che, metaforicamente, esprime un principio derivato dal democraticissimo e liberalissimo movimento giacobino - è un’ode all’idea platonica di Giustizia, la quale, si sa, non tollera attributi (può non essere giusta?) e costrizioni imposte dal tempus (cronos, dio della prescrizione, non cancellerà le colpe).

In quella immagine riconosco Saint Just, più che Robespierre, ritto davanti alla Convenzione, mentre rivendica il diritto di giudicare e punire il cittadino Luigi Capeto. L’uomo ritratto in questa fotografia è la proiezione trasfigurata di molti tra voi che leggete e che, come lui, non vi rendete conto di essere semplici e manipolate comparse in cerca di autore, convinte di detenere il monopolio del bene supremo. In altre parole: miserrimi.