Italia e Libia rivedranno il Memorandum d’intesa sui migranti

Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, nel corso dell’informativa svolta ieri nell’Aula di Montecitorio, si è detta pronta a ridiscutere le clausole del “Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all'immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana” firmato, per il nostro Paese, il 2 febbraio 2017 dall’allora Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.

È una notizia di prima grandezza. Per molti aspetti. Il primo dei quali è la conferma che la rinegoziazione ci sarà. Che non era affatto scontata. Non sono state poche le voci levatesi dall’interno del Partito Democratico, oltre alla Sinistra di LeU, perché si procedesse alla rescissione del patto in vigore. E dire che l’idea del memorandum è stata di un progressista doc quale Marco Minniti, che da ministro dell’Interno del Governo Gentiloni l’ha concepito e realizzato. Eppure, per la vulgata cattocomunista il Memorandum costituirebbe la prova del coinvolgimento dei Governi italiani dal 2017 nel consentire ai libici di fare business sulla pelle degli immigrati irregolari, trattenuti con la forza nei lager della Tripolitania. Inchieste giornalistiche hanno effettivamente dimostrato che le condizioni nelle quali versano gli uomini e le donne detenuti nei famigerati centri sono inumane e violano tutte le norme internazionali sulla tutela della persona. Si parla di torture praticate sugli “ospiti”. Insomma, argomenti che nessun appartenente a un consesso civile potrebbe mai accettare o, peggio ancora, avallare.

Tuttavia, come ha ammesso la stessa ministra Lamorgese, il Memorandum “ha contribuito alla drastica riduzione delle partenze dalla Libia”. Quindi serve per tenere bassa la pressione sulla nostra frontiera meridionale. Ma è di tutta evidenza che l’unico linguaggio che i libici comprendano alla perfezione sia quello del denaro. Se l’Italia vuole restare al riparo dai pericoli di un’invasione di massa dall’Africa deve mettere mano al portafoglio. D’altro canto, i libici sono in prevalenza arabi, berberi e tuareg: popoli nomadi, padroni del deserto. Con nessuno come con loro funziona il detto: “Pagare moneta, vedere cammello”. E, in questi anni, di monete il governo di Roma ne ha sborsate tante per vedere cammelli sbilenchi.

Ora, nonostante il pressing contrario delle anime belle del multiculturalismo, il Governo giallo-fucsia è costretto a mantenere un comportamento realistico e sensato per evitare che il nemico numero uno, l’odiato Matteo Salvini, arrivi a percentuali bulgare di consenso. Ciò non impedisce, però, che nel riscrivere qualche articolo del Memorandum si possa chiedere qualcosa di più agli interlocutori libici. Quello che non va sono le quattro righe inserite in premessa, responsabili del caos e dell’insostenibilità dell’attuale sistema d’accoglienza dei migranti in terra libica. “…Riaffermando la ferma determinazione di cooperare per individuare soluzioni urgenti alla questione dei migranti clandestini che attraversano la Libia per recarsi in Europa via mare, attraverso la predisposizione dei campi di accoglienza temporanei in Libia, sotto l’esclusivo controllo del Ministero dell’Interno libico...”.

Quel “sotto l’esclusivo controllo del Ministero libico” deve trasformarsi in “sotto il controllo congiunto dei ministeri dell’Interno dei due Paesi contraenti”. Come a dire: nostro il danaro? Nostre le regole. Ne conseguirebbe la modifica del contenuto del punto n. 3 dell’articolo 2 del Memorandum che oggi recita: “Le Parti si impegnano altresì a intraprendere azioni nei seguenti settori: ...la formazione del personale libico all’interno dei centri di accoglienza summenzionati per far fronte alle condizioni dei migranti illegali, sostenendo i centri di ricerca libici che operano in questo settore, in modo che possano contribuire all’individuazione dei metodi più adeguati per affrontare il fenomeno dell'immigrazione clandestina e la tratta degli esseri umani”.

Bisogna implementare la presenza italiana estendendo le competenze di un eventuale contingente delle nostre Forze Armate dalla formazione alla vigilanza e alla tenuta dell’ordine e della legalità all’interno dei centri d’accoglienza. E poi, siano le organizzazioni internazionali, a cominciare dall’Onu, a farsi carico della gestione diretta dei centri di accoglienza in Libia. Solo così sarà possibile riportare ai porti di partenza gli immigrati raccolti nelle acque del Mediterraneo meridionale. Soltanto in questo modo si potrà superare la narrazione che tanto piace alle Organizzazioni non governative che classifica tutti gli approdi in Tripolitania porti non sicuri per i soccorritori in ambito SaR. Su questo punto dirimente bisogna essere cristallini: non desiderare di vedere sciamare masse d’irregolari per le nostre strade non vuol dire volerli morti, in mare o nei lager libici. La sicurezza personale di chi si avventura in un viaggio senza speranza deve essere comunque garantita e tutelata. Nessuno, checché ne dicano i buonisti del cattocomunismo, vuole la degradazione o la rovina di vite umane, spesso incolpevoli per la loro condizione. È inutile girarci intorno: se il ministro Lamorgese vuole effettivamente risolvere il problema delle violazioni dei diritti umani nei campi profughi libici, deve pretendere dalla controparte di Tripoli la presenza in loco dei nostri militari. Ogni altro arzigogolo vergato in politichese è una presa in giro. Se fosse per Fayez al-Sarraj e soci l’unica modifica gradita riguarderebbe l’incremento dei finanziamenti dall’Italia. Troppo comodo. Se si vuole avere di più si deve essere disposti a dare di più. Così funzionano i buoni accordi e i capi libici dovrebbero saperlo bene visto che, da frequentatori del deserto, sono eccellenti commercianti quando non sono impegnati a fare i predoni.

Ma per imporre una linea di condotta ai nordafricani occorrerebbe avere a Roma un Governo forte, in grado di incutere rispetto e timore nell’interlocutore. Pensate che il Governo Conte faccia al caso? Un Esecutivo più debole e pavido di quello che siede a Palazzo Chigi non lo abbiamo mai avuto. Un Giuseppe Conte che prende impegni all’estero, quanto pensate sia ascoltato? Non crediamo a ciò che dice per primi noi italiani, perché mai dovrebbero prenderlo sul serio gli interlocutori stranieri? Dire come finirà la questione della modifica del Memorandum è prematuro. La preoccupazione è che si tratti dell’ennesimo buco nell’acqua. Le forze che sostengono il Governo giallo-fucsia non hanno alcuna voglia di spedire i nostri ragazzi in armi in Tripolitania per riportarvi ordine e legalità, almeno all’interno dei centri d’accoglienza migranti. Più probabile che il tutto si risolverà con un’aggiunta di chiacchiere inutili al testo dell’intesa in vigore e un bel po’ di denari in più al Governo di Tripoli. Tireremo fuori una vagonata di quattrini ma scordiamoci anche stavolta di vedere cammello. Neppure in cartolina.