Dalla Libia fumata nera

Finalmente l’Unione europea batte un colpo sulla Libia. Era ora. Peccato che l’idea di inviare una forza d’interposizione tra le parti in guerra giunga con colpevole ritardo. Bisognava pensarci prima a mettere gli scarponi sul suolo libico. Prima che Mosca ed Ankara ci strappassero di mano il timone della trattativa per una soluzione politica della crisi.

Certo, fa rabbia constatare che la chiave per pacificare il Paese nordafricano fosse stata per anni alla portata dei Governi italiani, se solo avessero avuto il coraggio di azionarla. Purtroppo, la sventura ha voluto che dal 2011 in avanti, con la sola eccezione dei quattordici mesi di presenza della Lega al Governo con i grillini, si siano succeduti Esecutivi di diretta espressione della sinistra o da questa condizionati. Peccato che una stupida ideologia pacifista, che è sempre stata nelle corde del cattocomunismo terzomondista di casa nostra, abbia dettato le scelte strategiche del Paese.

Peccato che l’Italia abbia perso progressivamente interesse alla politica estera rinchiudendosi in un’autoreferenzialità deleteria che presto o tardi ci avrebbe resi servi delle ambizioni straniere nello scacchiere mediterraneo. Dopo mesi di demenziale ostinazione a ignorare che in determinati contesti la politica e la diplomazia da sole non bastano a sistemare le cose ma devono essere sostenute dal peso dell’apparato offensivo militare che uno Stato/potenza regionale o globale sia in grado di mettere sul campo, grillini e progressisti democratici hanno compreso l’antifona. Vengono i crampi allo stomaco nell’ascoltare il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, asserire che sì, occorrerebbe inviare in Libia le truppe per assicurare la stabilità della “Quarta sponda”. Domanda personale a un quasi conterraneo: caro Giggino, non te la potevi far venire prima la folgorazione sulla via di Tripoli? Bisognava aspettare che il ras turco Recep Tayyp Erdogan si infilasse nella partita, promettendo l’invio sul campo di qualche migliaio di soldati del suo esercito, e scalzasse di fatto l’Italia dal suo naturale ruolo di “influencer” delle questioni libiche e di lord protettore del Governo di Tripoli?

Oggi lo scenario si è maledettamente complicato. Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan hanno in mano il boccino e non lo molleranno. Al momento, delle parti in guerra convocate ieri l’altro a Mosca per la firma di una tregua, propedeutica a un accordo di pace duraturo, solo il presidente del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli, Fayez al-Sarraj, ha aderito. Khalifa Haftar, il ribelle ras della Cirenaica, ha chiesto tempo per riflettere. Presumibile che firmerà nelle prossime ore, non prima di aver ottenuto qualche maggiore vantaggio dall’intesa che si va delineando.

Intanto, il premier Giuseppe Conte e il ministro Luigi Di Maio continuano a girare per i Paesi del Mediterraneo come fossero trottole nell’illusione di convincere qualche interlocutore distratto, più in Italia che all’estero, di contare ancora. Tempo perso. A differenza della politica interna dove è possibile fingere di essere qualcuno, in politica estera vale il compimento di atti concreti: Donald Trump docet. Ma i bookmakers ci danno perdenti. Potrebbe cambiare qualcosa se realmente riuscissimo a schierare sul terreno, anche se non da soli, quel contingente militare, rafforzato da un efficace supporto aeronavale, in grado di mostrare ad attori, player e lord protettori della guerra civile libica che ci siamo e intendiamo fare valere il nostro peso specifico. È giunto il momento di chiarire una volta per tutte quanto conti la Libia per l’Italia. Una politica miope e ignorante ha associato l’impatto della crisi del Paese nordafricano sui nostri interessi nazionali alle sole politiche energetiche (gas e petrolio) e alla questione migratoria. La Libia per noi è ben altro. In una prospettiva che nei prossimi anni vedrà il continente africano sempre più terreno di scontro d’interessi globali delle grandi potenze e degli Stati del quadrante mediterraneo e Mediorientale, avere almeno un Paese in Africa sul quale esercitare l’influenza italiana nelle scelte di posizionamento strategico e geopolitico potrebbe essere fondamentale per la sicurezza nazionale. La Francia incide su un gran numero di Paesi del continente nero, al pari della Gran Bretagna, altrettanto le monarchie del mondo arabo, la galassia sciita e financo la Spagna, il Portogallo, il Belgio e l’Olanda continuano ad avere un piede in Africa, per non parlare degli Stati Uniti, della Russia e della Cina. Come non pensare di assicurarsi una sponda amica per impedire che i futuri assetti dell’area ci si ritorcano contro?

Il ras turco Erdogan ha capito che per fare del suo Paese una potenza regionale avrebbe dovuto estendere la propria sfera d’influenza al Mediterraneo centrale. I Paesi europei, Italia in primis, gli hanno servito la soluzione su un piatto d’argento. Posto che le lancette della storia non girano all’incontrario, occorre un colpo d’ala per riequilibrare un rapporto di forze che si è fatto pericoloso. Ora, il Rubicone della soluzione militare è stato varcato. Ma non senza soverchie timidezze. Già la frotta pacifista è all’opera per piantare paletti sulla strada insidiosa dell’invio di militari italiani. L’idea di andare in Libia verrebbe subordinata a troppi nulla osta che alcuni dei soggetti coinvolti nel conflitto non daranno mai.

Si è detto: andremo se ce lo chiede al-Sarraj e se Haftar acconsente. Ma non basta, devono di dire sì anche Putin ed Erdogan. Meglio se l’iniziativa venisse benedetta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Se si dovesse attendere la conclusione della trafila dei pareri, delle benedizioni e dei permessi passerebbero anni. E non se ne farebbe nulla, così regalando una primazia a coloro che sulla scena si sono imposti senza tanti riguardi per le buone maniere. Si fa un gran parlare di Europa casa comune. Se realmente esiste un minimo afflato tra i partner continentali, cosa di cui fortemente dubitiamo, la si faccia finita con i tatticismi e si prenda l’iniziativa: missione europea sul modello dell’operazione Unifil che ha dato ottimi risultati sul fronte caldo israelo-libanese. Come rivelano fonti giornalistiche: coinvolgimento di truppe francesi, tedesche, spagnole e italiane; blocco aeronavale per assicurare il rispetto dell’embargo dei rifornimenti di armi alle fazioni libiche in guerra; Comando integrato delle forze operative stanziato a Tripoli. Poche misure chiare ed efficaci per mostrare al mondo che l’Europa c’è e che non è solo un’espressione geografica o un immenso market presso il quale vendere e comprare merci.

Per completezza, alle anime belle che in Italia strumentalmente sollevano il dubbio: “Perché mandare anche un solo nostro uomo a morire per la Libia?” Rispondiamo con una domanda: allora cosa ci fanno 116 nostri militari in Somalia (Eutm), 99 a Gibuti (base di supporto), 73 in Egitto (Mfo), 8 in Mali (Eutm), 1125 in Libano (Unifil-Mibil), 800 in Afghanistan (Rs-Eupol), 1359 in Iraq e Kuwait (Operazione Prima Parthica), 130 in Turchia (O.P. Active Fence), 105 negli Emirati Arabi Uniti (Task Force AiraAl Minhad), 543 in Kosovo (Kfor), oltre ai 305 già in Libia (Accordo bilaterale di cooperazione e assistenza Miasit)? Stanno a prendere il sole o a rischiare la pelle per mantenere la pace nei teatri più esplosivi del pianeta? Nel 1999 i ragazzi con le stellette sono stati spediti in missione di pace a Timor Est, che se si chiede ai nostri politici non sanno neppure dove sia Timor Est. Eppure ci sono andati. E dopo aver compiuto prodezze in mezzo mondo ci facciamo scrupolo a mettere piede in Libia?