Angela Merkel ha un chiodo fisso in testa: l’Italia

Mancherà forse di tatto, ma di due cose non difetta la signora Angela Merkel: pragmatismo e chiarezza di idee. La cancelliera tedesca ha dimostrato di possederli entrambi. In un’intervista concessa a varie testate giornalistiche europee in vista dell’imminente assunzione della presidenza semestrale dell’Unione europea, la lady di ferro ha manifestato il suo pensiero sulla condotta del Governo italiano riguardo alle misure finanziarie messe in campo dall’Unione europea di contrasto agli effetti della crisi pandemica. A proposito del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cui utilizzo tormenta le coscienze di molti politici nostrani, della maggioranza e dell’opposizione, la cancelliera ha dichiarato che si tratta di uno strumento che “può essere usato da tutti ma – ha aggiunto – non lo abbiamo attivato perché rimanga inutilizzato”.

La battuta stizzita è rivolta principalmente al Governo italiano che, pur in evidente difficoltà nel reperimento di risorse finanziarie da destinare ai maggiori costi causati dalla crisi, si ostina a non accettare il prestito agevolato da usare con vincolo di destinazione per le spese e gli investimenti afferenti al comparto della sanità. Perché la leader tedesca si preoccupa di noi? Le sta forse a cuore la salute degli italiani? O perché ritenga prioritaria una revisione radicale delle strutture sanitarie del nostro Paese, peraltro mediamente efficienti con straordinarie punte d’eccellenza? La premier tedesca si mostra irritata per il tentennamento di Palazzo Chigi perché preoccupata da un’evoluzione del quadro politico italiano in senso a lei sfavorevole. Il pragmatismo di Angela Merkel è tale da consentirle di guardare in faccia la realtà a occhio nudo, senza l’ausilio delle lenti deformate di Giuseppe Conte che, riguardo alla solidità dell’alleanza che regge il suo Governo, racconta frottole.

La cancelliera ha perfettamente chiaro lo stato di precarietà dell’accrocco penta-demo-renziano. È consapevole che il Conte bis non goda della fiducia della maggioranza degli italiani; che la rabbia sociale in Italia per l’inadeguatezza del Governo a dare risposte efficaci alla crisi stia progressivamente montando; che i numeri parlamentari per tenere in piedi Giuseppe Conte e soci siano risicatissimi, soprattutto al Senato. Da ciò la lady teutonica ha ricavato il convincimento che il docile Giuseppe Conte potrebbe non durare a lungo sulla poltrona di Palazzo Chigi. Se all’improvviso, magari in piena estate, l’Esecutivo italiano dovesse cadere (i rumors danno per certo il crollo dell’ircocervo demo-grillino focalizzando la domanda non più sul se ma sul quando dell’apertura formale della crisi di governo) si darebbe luogo a due varianti di scenario entrambe sgradite alla signora Merkel.

Esiste una deadline che fa da spartiacque tra una soluzione e l’altra ed è la giornata del 20 luglio. Se la crisi di governo esplodesse prima di quella data si andrebbe dritti ad elezioni anticipate in autunno, probabilmente in abbinamento con le regionali e le comunali, oltre che con il referendum per la conferma o meno della modifica costituzionale del taglio del numero dei parlamentari. Sarebbe l’occasione per un Election Day, fin troppo ritardato, per restituire agli elettori il potere sovrano di scegliere da chi essere governati nella fase di ricostruzione economica del Paese. Anche la neve che in febbraio cade su Alexanderplatz sa che, in tal caso, le maggiori possibilità di vittoria le avrebbe la coalizione della destra plurale egemonizzata dai sovranisti della Lega e di Fratelli d’Italia. Depone a favore di questa ipotesi il fatto che da giorni la Lega di Matteo Salvini abbia ripreso un frenetico scouting tra le fila dei parlamentari del Movimento cinque stelle.

È di tutta evidenza che lo scopo sia di togliere numeri alla maggioranza. Non sarà un comportamento sportivo e neppure elegante ma, come si dice: “A brigante, brigante e mezzo”. Se, invece, la crisi di Governo dovesse arrivare dopo che la finestra del 20 luglio si sia chiusa, l’evoluzione più probabile sarebbe quella di un nuovo Esecutivo non più guidato dal mediocre Conte ma, componendosi una maggioranza più ampia in nome della responsabilità nazionale, da una figura di altissima caratura internazionale. Ad esempio, un Mario Draghi. Anche questa soluzione per la Merkel non sarebbe una buona notizia perché un conto è trattare con un minuscolo Giuseppe Conte, altra storia è sbrigarsela con un number one del calibro dell’ex governatore della Banca centrale europea che dell’economia e della finanza tedesche, compresi i molti panni sporchi lavati in famiglia a Berlino, conosce vita, morte e miracoli. Alla luce del doppio scenario alternativo la signora Merkel adotta una massima della medicina: prevenire è meglio che curare.

E nel caso specifico la prevenzione, o più prosaicamente il piatto servito in tavola, si chiama sottoscrizione italiana del debito con il Mes. Già, perché nonostante le molte bugie raccontate dalla sinistra al Paese pur di fare ingoiare la vomitevole cura fabbricata dall’Europa, la realtà è che lo strumento Mes contiene effettivamente quei meccanismi di sorveglianza con i quali l’eurocrazia può condizionare le libere scelte di qualsiasi governo nazionale sgradito alle forze egemoni nell’Unione. Non c’è stato alcun bisogno di prevedere l’espresso richiamo a dettagliate condizionalità con le quali accompagnare la concessione del prestito. È bastato che nel documento finale approvato all’unanimità dall’Eurogruppo del 7-9 aprile scorso, e fatto proprio dal Consiglio europeo dei capi di Stato e di Governo del successivo 20 aprile, vi fosse scritto al punto 16: “La linea di credito (Mes, ndr) sarà disponibile fino alla fine della crisi di Covid 19. Successivamente, gli Stati membri dell’area dell’euro rimarranno impegnati a rafforzare i fondamentali economici e finanziari, coerentemente con i quadri di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell’Ue, compresa l’eventuale flessibilità applicata dalle competenti istituzioni dell’Ue”, che ogni dubbio sulla presenza o meno di temute condizionalità svanisse.

Carta canta: il rischio concreto che Bruxelles metta le mani sul timone della finanza pubblica italiana è racchiuso in quella frase. La partita politica dell’estate per Angela Merkel si sta trasformando in una corsa contro il tempo. Perché lo faccia lo ha spiegato benissimo lei stessa nell’intervista citata: “È nell’interesse tedesco avere un forte mercato interno e che l’Unione europea cresca insieme e non si sfaldi”. Berlino per reggere le sfide contro le pretese di Washington, di Mosca e di Pechino ha bisogno di rappresentare tutto il peso del mercato interno europeo come se fosse espressione unitaria della potenza commerciale tedesca. Perciò non sono tollerati comportamenti anomali o eterodossi dei singoli Stati partner Ue. Li ricordate i carillon? Scatole musicali con una carica a molla che fa ruotare, al suono di una dolcissima melodia, una piastra su cui sono fissate delle statuine che ruotando a loro volta sul proprio asse simulano una danza. Ebbene, nella percezione della signora Merkel, animata da una ferrea vocazione egemone, popolo e Governo italiano dovrebbero essere belle statuine inchiavardate per l’eternità al meccanismo che le fa muovere quando una vigorosa mano germanica dà corda al carillon. È la solita storia: i lupi della Schwarzwald, la Foresta Nera, perdono il pelo ma non il vizio.