Moriremo di intercettazioni

Ci mancava solo questa. A distanza di anni, salta fuori un nastro, sul quale è incisa la voce di un magistrato – purtroppo, deceduto e quindi impossibilitato a confermare o smentire – che racconta a Silvio Berlusconi ed a qualcun altro che la sentenza dell’agosto 2013 fu dettata da ragioni politiche e non giuridiche.

Non c’è niente da fare: meritiamo di morire di intercettazioni, perché viviamo di intercettazioni.

Mettiamo da parte, per un istante, le ovvietà:

1) anche a me quella sentenza non convinceva;

2) anch’io ho sempre sospettato che le azioni giudiziarie contro Silvio Berlusconi (e il modo in cui erano condotte) non fossero del tutto immuni da condizionamenti metagiuridici (e mi fermo qui);

3) non ho mai visto un magistrato confessare il più grave tra i peccati giudiziari al diretto interessato;

4) perché attendere che il magistrato fosse morto per svelare il contenuto del colloquio?

5) Perché tutto questo capita oggi, in piena bufera per il caso Palamara?

6) Siamo davvero sicuri che la causa civile intentata a Milano non sia un espediente per ottenere proprio questo risultato?

7) Chi ha deciso la causa civile appartiene all’Ordine giudiziario esattamente come coloro che condannarono Berlusconi.

Ovvietà, dicevo. Ovvietà che ci fanno intendere come la questione vada presa con le molle, in ogni caso. Resta, però, il fatto che, ancora una volta, tutto nasce (e muore) in una captazione, occulta o compiacente che sia e che, attraverso il contenuto di un nastro (o di un file), emergano fatti o verità di cui nessuno sapeva niente e che dipendono esclusivamente da quel nastro.

Periremo di intercettazioni. Anzi: ci intercetteremo tutti, precostituendoci prove da usare, prima o poi, pro o contro qualcuno. E nessuno crederà più a nulla. O saremo tutti dannati. D’altra parte, siamo sulla strada giusta: la credibilità dei magistrati è compromessa; i processi si fanno in televisione; le vicende giudiziarie non si chiudono mai.

Ci mancava solo questa. È il trionfo del relativismo di cui parlava quel sant’uomo di Ratzinger.

Era tempo che aspettavo: ditemi qualche cosa anche su Calciopoli, per favore. Vorrei fossero restituiti due scudetti alla Juventus, la mia squadra del cuore.