Non bastava il Covid, ci si mette anche Bergoglio

Le tasse che sono troppe, il lavoro che non c’è, i servizi pubblici che non offrono quasi mai ciò che promettono, sono questioni importanti. Talvolta decisive per la qualità della vita. Chi lo può negare? Tuttavia, lasciare che altri lavorino sulle fondamenta della nostra casa comune non è bene. Delegare ad autorità morali, convenzionalmente giudicate tali, il compito magistrale di tracciare la via del nostro futuro può essere pericoloso.

In questi giorni sui media sono circolati spezzoni della nuova Enciclica di papa Francesco, “Fratelli tutti”. Per quel poco che abbiamo letto, non ci piace per nulla. Vista l’autorevolezza della fonte, non possiamo tacere su affermazioni che stravolgono tutto ciò in cui finora abbiamo creduto e che, a ragione, abbiamo considerato fondamenti della civiltà occidentale. Siamo cresciuti avendo imparato che la difesa dei “sacri” confini della Patria fosse il dovere primo di ogni buon cittadino. Sostenere che confini e frontiere degli Stati siano un fastidioso impedimento alla legittima pretesa di ogni essere umano di realizzare la propria felicità ovunque ritenga lo possa fare, stimola l’immigrazione illegale che nuoce al Paese e semina tante vittime sulla sua strada. Si può, poi, convenire sulla critica alla globalizzazione che ha creato squilibri economici profondi e nuove povertà, ma non è condivisibile una condanna netta del mercato perché come bene spiega l’economista tedesco Clemens Fuest: “Nessun Paese al mondo ha un’economia di mercato non regolamentata senza l’influenza dello Stato. Allo stesso tempo è chiaro che non c’è paese in cui la prosperità, la protezione dell’ambiente e l’umanità fioriscano senza un’economia di mercato”. Impegnarsi a emendare le storture prodotte dal sistema non significa abolirlo. Sul diritto alla proprietà privata il pontefice scrive che: “Si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società (...) La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata”.

Forse ci siamo persi qualcosa perché non ricordiamo che in passato la Chiesa non abbia considerato intoccabile la proprietà privata, in particolare il suo patrimonio terreno. Ma declassare tale diritto da primario a secondario e subordinarlo al principio di destinazione universale dei beni creati è una follia che mina alla radice una civiltà. Da quando si ha traccia della presenza di aggregati umani sulla Terra vi sono segni di condotte finalizzate al possesso materiale di spazio, all’occupazione permanente di luoghi per installare e sviluppare nuclei sociali, a cominciare dal primo, naturale: la famiglia. Nel lessico antropologico il termine “radicamento” non ha un connotato negativo. La proprietà privata non si connette concettualmente solo al desiderio di possesso ma configura l’identità della persona. L’individuo è le cose che possiede; è la casa che abita; è il campo di grano che coltiva; è il manufatto che cesella. La patria è l’amplificazione dell’idea di proprietà; è la terra dei padri, perché appartenuta ai progenitori che l’hanno lasciata in eredità alle generazioni che si sono succedute nello svolgersi della Storia. Gli uomini hanno combattuto e combattono per difenderla. E muoiono per essa. Il diritto alla proprietà privata non attiene solo ai beni materiali più vistosi: case, terreni, soldi in banca, automobili lussuose, barche di lusso. Anche un piccolo oggetto di scarso valore commerciale può averne di grandissimo. Un pendaglio che custodisce la fotografia di una persona amata, o semplicemente il fatto che l’oggetto sia appartenuto a un defunto, non ha fungibilità economica per chi lo possiede.

Invece, il papa sentenzia ex cathedra che quell’oggetto, quel bene, quello spazio esclusivo di estrinsecazione dell’identità personale, devono essere considerati di secondo piano, tributari di un imprecisato diritto universale che s’imporrebbe su tutto ciò che gli individui hanno creato, che hanno ereditato, che hanno guadagnato, che hanno coltivato e nutrito infondendovi lo spirito e lo scopo delle loro stesse esistenze. Morto e sepolto il concetto di esproprio proletario sta nascendo quello confessionale. Già, perché il trucco che nasconde la fallacia di una tale teoria sta nel non detto. Posto che per il comunismo l’abolizione della proprietà privata andasse a beneficio del soggetto collettivo egemonizzato dal partito, la versione bergogliana a chi assegna la prelazione sui beni dei singoli? Non ci sono cose che non appartengano a qualcosa o a qualcuno. Se non potrà essere l’individuo, chi sarà? Lo Stato? La Chiesa di Roma, che in nome del diritto di mediare il divino nel rapporto con l’umano, ne rivendica il controllo e il destino? Se è questa la traiettoria sulla quale il pontefice pensa di incanalare il futuro dell’umanità, gli italiani dovrebbero imboccare la direzione opposta decidendo di contrastare un’utopia perniciosa che dispiega i suoi effetti concreti nell’implicita legittimazione delle bande di facinorosi a sfasciare le vetrine dei negozi per razziarne i beni. Pensavano in coscienza di aver chiuso negli anni Ottanta la funesta stagione dei “cattivi maestri”, ma questo messaggio al mondo è, se possibile, anche peggio degli insegnamenti sbagliati dei “cattivi maestri”.

La proprietà privata è un diritto primario e naturale dell’individuo che il pactum societatis, in qualsiasi forma si sia materializzato nella storia delle aggregazioni umane, impegna le istituzioni collettive a difenderlo e promuoverlo. Perché farlo è riconoscere l’identità della persona. A corollario del comunismo riformato di Bergoglio, nell’Enciclica si parla anche di muri, della loro presunta nocività nell’ostacolare l’incontro tra le genti e le culture. Scrive Bergoglio: “Paradossalmente, ci sono paure ancestrali che non sono state superate dal progresso tecnologico. Riappare la tentazione di fare una cultura dei muri, di alzare i muri, muri nel cuore, muri nella terra per impedire questo incontro con altre culture, con altra gente. E chi alza un muro, chi costruisce un muro finirà schiavo dentro ai muri che ha costruito, senza orizzonti. Perché gli manca questa alterità”.

Ma chi l’ha stabilito che i muri che per millenni hanno protetto le vite degli individui, difeso culture, storie, tradizioni, siano il frutto di paure ancestrali? A noi le mura piacciono moltissimo, a cominciare da quelle leonine che demarcano lo spazio di sovranità proprio di colui che ne denuncia la negatività. Si chiamano così perché furono erette da papa Leone IV tra l’848 e l’852 per difendere il Colle Vaticano e la Basilica di San Pietro dalle incursioni dei saraceni che avevano saccheggiato Roma nell’agosto dell’846. Evidentemente devono aver svolto bene il loro mestiere se dopo mille anni sono ancora lì, sorvegliate da gendarmi della Guardia svizzera, a custodire la fede di moltitudini umane insieme agli immensi tesori materiali della Chiesa.

C’è stato un tempo non lontano in cui per i laici il peggiore incubo era di morire democristiani. Ora che la Dc non c’è più e il pericolo è scampato non vorremmo dover fare i conti con una nuova paura: morire comunisti. Ma non per mano dei nipotini di “baffone” che si sono volatilizzati dopo la caduta del muro di Berlino, ma per la singolare figura di despota da terzo millennio, che depaupera il suo popolo brandendo con una mano la Croce (che non sarebbe una novità per la Storia) e con l’altra le chiavi dell’aldilà (e neppure questa sarebbe una novità). Cristiani o non cristiani, “fratelli tutti” un corno!