La strada della doppia schiavitù: tasse e debito

Tasse e debito: questa è la doppia schiavitù che si profila all’orizzonte. La responsabilità è delle forze politiche e dei governi che hanno creduto e continuano a credere nella bontà di queste ricette economiche. In realtà sono velenose, se non contenute in margini ristretti.

Partiamo dalle notizie fornite in queste ore dall’Istat, che fotografano una realtà non ancora compromessa dalla pandemia. L’istituto di statistica fa sapere che nel 2019 la produttività del lavoro è scesa dello 0,4 per cento e quella del capitale dello 0,8. Informa, inoltre, che fra i grandi paesi del continente europeo, ossia Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna, l’Italia è prima in graduatoria per perdita di produttività.

La produttività è un indicatore fondamentale perché esprime la capacità di crescita economica dei Paesi. La misura della crescita è data dal rapporto tra quantità di capitale e quantità di lavoro introdotti nel circuito industriale e del terziario - commercio, servizi, professioni - e quantità di beni e servizi prodotti.

Se con 1000 di capitale si producono 1000 automobili, la produttività è pari a 1, ma se con lo stesso capitale se ne producono 1500 la produttività passa a 1,5. Oppure, se con 10 dipendenti si producono 20 scarpe, la produttività è 2, ossia due scarpe per ogni dipendente, ma se con gli stessi lavoratori se ne producono 40, la produttività sale a 4.

Più alta è la produttività, maggiore è la capacità del sistema, da un lato, di aumentare le retribuzioni reali dei lavoratori e l’occupazione; dall’altro, di ridurre i costi e aumentare i ricavi delle imprese. Come? Migliorando l’efficienza e l’organizzazione produttiva, conquistando quote sempre maggiori di mercato per la migliore competitività dei prodotti nostrani e quindi aumentando i ricavi delle imprese stesse derivanti dalle maggiori vendite. Affinché questo avvenga è però necessaria una precondizione: la libera concorrenza. Sono incompatibili con lo sviluppo della produttività sia le nazionalizzazioni, sia i monopoli e gli oligopoli.

Da molti anni l’Italia è in fondo alle classifiche. I dati del decennio trascorso già indicavano una scarsa propensione alla crescita – l’incremento medio della produttività era di appena lo 0,44 per cento, mentre i grandi Paesi avevano indici intorno a 1,5 – ma l’indicatore aveva pur sempre il segno positivo. L’economia italiana cresceva poco, ma non decresceva.

Ecco, nel 2019 il segno è diventato negativo. La domanda, allora, vien da sé: è forse iniziata la parabola discendente, la “decrescita serena”, per riprendere la teoria di Serge Latouche? È iniziata la fase indicata da una parte della sinistra e dal Movimento 5 Stelle di riduzione del ruolo del mercato e della concorrenza, a favore di una non meglio precisata terza via?

L’annus horribilis segnato dalla pandemia non consente di sciogliere subito questi interrogativi. Ma dimostra una cosa: senza aver messo fieno in cascina e impostato un sistema economico teso a valorizzare produttività e concorrenza, la sola alternativa rimane la tassazione, compresa quella patrimoniale, e il debito pubblico. Altro non c’è.

È quello che dice, nella sostanza, la Commissione europea, che conferma non soltanto la forte contrazione del Pil – meno 10 per cento nel 2020 ossia quasi 200 miliardi – e il forte aumento della disoccupazione – di 500mila unità, per un totale di oltre 3 milioni – ma anche l’esplosione del debito pari a quasi il 170 per cento della ricchezza. La Commissione, poi, sottolinea con forza la necessità che l’Italia inizi fin d’ora a praticare azioni di rientro dal debito stesso e di aumento del Pil.

Il cerchio si chiude: siamo di nuovo al problema dell’incremento della produttività. Di lì si deve passare. E ostinarsi a non farlo significa condannare l’Italia alla decrescita e schiavitù. Alla doppia schiavitù: delle tasse e del debito.

Come su una tavolozza, così anche in economia i gradienti per formare un colore possono essere tanti e devono essere attentamente miscelati. Ma è proprio questo il compito del pittore, che nel nostro caso è il Governo. Il quale, anziché pretendere di fare l’imprenditore e per di più monopolista, dovrebbe fare, e possibilmente farlo bene, quel che ad esso compete “naturalmente”: ridurre i costi fiscali gravanti su imprese, professionisti e lavoratori; i costi energetici e quelli indiretti, ossia amministrativi e burocratici, dei trasporti e della logistica; ridurre la spesa improduttiva e falsamente assistenziale; investire massicciamente in infrastrutture, ricerca, tecnologia e digitalizzazione; organizzare adeguatamente la giustizia; dare al Paese un sistema giuridico adeguato allo sviluppo, piuttosto che limitativo dello sviluppo stesso.

Il nostro pittore sarà in grado di miscelare adeguatamente i gradienti o almeno di tenere in mano la tavolozza? Qualche dubbio, francamente, è lecito nutrirlo.