Impietosa anatomia politica di Conte in tv

Si dice, ed è vero, che la ragione principale del consenso (ora in discesa) a Giuseppe Conte nei sondaggi consista nelle sue pluriquotidiane apparizioni in tv, genericamente chiamate conferenze stampa. Ma con una precisazione: conferenze e speech di un premier fatte in assenza di un vero e proprio contraddittorio, il che trasmette un implicito consenso all’autore. La controprova si è avuta l’altra sera in “Otto e mezzo” nella quale Lilli Gruber ha incalzato il presidente del Consiglio con domande che necessitavano di risposte immediate, in virtù della diretta televisiva, che obbliga ad una prontezza di riflessi tali da parificare nello scambio l’irruenza e la precisione dell’interrogatorio. Le indecisioni e le incertezze di un Conte che ha fatto dell’attendismo e del rinvio la cifra più vera del suo premierato, sono emerse nel dispiegarsi di repliche la cui tipologia ne ha confermato tutti i difetti, accentuati dalla maieutica della conduttrice tanto più significativa e imprevista, quanto più simpatizzante della sinistra.

Per i politici la tv è dunque un’arma a doppio taglio ma dal fascino irresistibile ma è anche una trappola per chi pensa di utilizzarla come diffusione di messaggi pro domo sua in assenza di critiche e persino di consensi nella loro esposizione, perché il medium è impietoso qualora appaiano frenate e reticenze rendendole visibili, in un certo senso palpabili. Anche da una rapida analisi delle risposte contiane restituiteci dalla ironia, altrettanto impietosa e non partigiana, di un “Dagospia” che ha fatto del quotidiano controcanto erga omnes una autentica palestra della libertà di critica, Giuseppe Conte ha mostrato l’altra faccia, la più autentica, di un procedere governativo che definiremmo a stop and go. Ma senza una direzione precisa, senza una visione complessiva, senza uno sguardo coraggioso al futuro che l’urgenza e la drammaticità del momento impongono, soprattutto a chi governa. Cioè a chi deve decidere non rinviare.

Cosicché l’atteso “tutto va bene madama la marchesa” si è ribaltato in un impaccio politico nel tentativo di affogare i temi e i problemi più insistiti, perché più cogenti, in una palude di “parliamone”, “stiamo lavorando”, “siamo per il dialogo”, “vogliamo operare sulle linee guida”, “andremo in Parlamento”, “non escludiamo un tavolo di incontri” inframmezzati da una fastidiosa tosse che, secondo i più cattivi, ha sottolineato ulteriormente “una incapacità a rispondere”. Al fondo di tutto questo, compresa una risposta seccatissima sul futuro di Mario Draghi (ritenuto da molti suo concorrente) è di facile lettura lo speciale indecisionismo che ha accompagnato Conte dopo il primo Dpcm sul lockdown di marzo che fu apprezzato dal 62 per cento degli italiani, dopo di che le misure prese dal Governo non sono state più accolte positivamente, se è vero come è vero che il decreto sui Ristori è stato bocciato dal 57 per cento dei cittadini e quello della divisione del Paese in zone colorate dal 51 per cento. Da questi dati è significativo un netto cambio di clima del quale non è – e – non sarà improbabile un peggioramento con l’aiuto, si fa per dire, della natura politica di un presidente del Consiglio che non ha fatto mai propria la solenne avvertenza evangelica: sia il tuo dire sì sì, no no! Detto quando la tv era di là da venire, ma di grande attualità.