Nota a margine: sviluppo sostenibile e decrescita felice

Le due espressioni più popolari in bocca ai politici (detratta la parola virus di stretta attualità nell’ultimo anno) sono sviluppo sostenibile e decrescita felice. Perché hanno tanto successo queste locuzioni apparentemente qualificate che ad ogni effetto sono invece poco più di semplici slogan?

La prima risposta è che rimandano ad idee fascinose perché indefinite, dunque evocanti non già concetti precisi bensì fantasiosi modelli culturali che ciascuno può congetturare a modo suo senza la briga di doverli esporre con rigore logico.

La seconda risposta ha a che fare con il linguaggio stesso della politica che è tanto più efficace per acquisire consenso quanto più allude a vantaggi generalizzati, facili da conseguire, senza grossi sacrifici o, meglio, con sacrificio di “altri”.

La terza risposta è agganciata alle aspettative, ai miglioramenti sperati, ai cambiamenti nello status quo verso novità progressiste. Attentamente esaminate, tali espressioni sono sbagliate in sé e costituiscono pure due errori in certo modo simmetrici. La loro pericolosità, inoltre, consiste nel fatto che lasciano intendere agli ingenui, agli sprovveduti, agl’impazienti che lo sviluppo sia distorto e perciò debba essere raddrizzato a colpi d’intervento pubblico e trascinato a cavezza, come un somaro balzano e riottoso. Ovviamente l’intendimento fallace della massa è manna per il ceto politico che vi trova non solo lo stimolo ma pure la giustificazione a manipolare l’economia per asservirla a scopi pseudosociali prospettati come salvifici.

Considerare le “diseconomie esterne” come una condanna in toto del naturale sviluppo della società aperta implica conseguenze che forse gli stessi teorici della “sostenibilità” non approverebbero se ne fossero pienamente consapevoli. Costoro gettano via il bambino con l’acqua sporca, come suol dirsi, dal momento che la “sostenibilità”, qualunque cosa significhi a riguardo, è intimamente connessa al processo di “sviluppo”, non ne costituisce una superfetazione maligna da estirpare per risanarlo.

Mentre gli omologhi teorici della “decrescita” non solo non dicono chi e cosa dovrebbe decrescere per dare la felicità a tutti, ma non considerano neppure l’ipotesi che l’impoverimento rappresenti di per sé un’infelicità. Gli uni hanno in mente una perfezione “che non è di questo mondo”; gli altri hanno gli occhi dietro la nuca e volgono lo sguardo alla mitica età dell’oro, ad un’Arcadia amena ed idilliaca di un’umanità felice perché, paradossalmente, esente dai connotati intrinseci all’individuo e alla società che proprio lo sviluppo storico ha plasmato con l’evoluzione. Ai realisti la conclusione pare una sola. Fu sintetizzata da Friedrich von Hayek, premio Nobel dell’economia, in una lapidaria sentenza definitiva. Volendo conservare la società libera, lo sviluppo non può essere “dosato”, né in crescendo né in calando. Se ne possono solo correggere gl’inevitabili errori.