Finanziamenti europei: Conte in overdose da task force

Sulla gestione della montagna di denari che dall’Europa (forse) pioveranno sull’Italia, proprio non ci siamo. Giuseppe Conte, proponendo di affidare la gestione dei fondi del Next Generation Eu a una diarchia formata da un organismo politico, composto da se stesso, dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, da quello dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli e dal ministro per gli Affari europei, Enzo Amendola, e da un organismo tecnico, composto da 6 super-manager di sua fiducia, punta a concentrare nelle proprie mani anche la costruzione del futuro modello di sviluppo italiano. Come se decidere le linee di indirizzo sulle quali orientare i destini del Paese fosse affare privato del premier e non un momento insuperabile di confronto tra istituzioni, corpi intermedi e cittadini. Il premier, per la parte operativa della gestione dei fondi provenienti dall’Unione europea, ha in mente di allestire una squadra di 300 esperti, coordinati dai 6 super-manager. Si tratta di una mostruosità organizzativa pensata per mettere fuori gioco le competenze e le professionalità presenti all’interno dei vari ministeri. Non è un’idea originale di Giuseppe Conte. Un modello di sovrapposizione di funzioni e poteri lo abbiamo visto all’opera in alcune Regionirosse” del Mezzogiorno, al tempo dei fondi strutturali destinati dall’Unione europea alle regioni “Obiettivo 1” e inseriti nel bilancio comunitario pluriennale 2000-2006. Si sa com’è finita: denari spesi male, quando non spesi affatto.

Cosa garantirà che con i 209 miliardi di euro del Next Generation Eu non accadrà altrettanto? Conte pensa di fare da solo ma trascura un particolare di non secondaria importanza: qualsiasi investimento dovrà essere proiettato sul territorio. Ora, come pensa che possa funzionare se l’approccio della governance della gestione dei fondi non è stata concepita per interagire, nella fase dell’articolazione progettuale, con le realtà locali, a cominciare dai livelli regionali? I profili professionali presenti nelle strutture ministeriali avrebbero avuto il vantaggio di una consuetudine al dialogo con gli apparati amministrativi degli enti locali e periferici dello Stato. I 300 che verranno reclutati dalla presidenza del Consiglio dovranno partire, come si suole dire, ab urbe condita, cioè dal procurarsi sedi efficienti e strumenti operativi adeguati, amalgamarsi fra loro per creare spirito di squadra, di modo che i team assemblati remino nella stessa direzione. Occorreranno anni di lavoro, ovviamente a spese dei contribuenti. Poi c’è il concreto pericolo che la gestione dei fondi resti nel terreno di caccia dei cosiddetti esperti, che presumibilmente saranno risorse provenienti dai ranghi della docenza universitaria. Fantastico dal punto di vista della preparazione teorica, ma con l’esperienza che solo la pratica sul campo offre come la mettiamo? Già qualcuno dei potenziali “esperti” mette il carro davanti ai buoi preoccupandosi di ricercare i più efficaci modelli econometrici multisettoriali per la creazione di piani di riforme i cui costi siano in linea con gli standard internazionali di spesa. Ma prima degli algoritmi qualcuno ha pensato di schiodare le terga dalle poltrone in cui affondano per farsi un giro nella realtà dei bisogni quotidiani della gente comune? Perché un conto è collocare la coesione sociale, l’occupazione, la sostenibilità ambientale nel quadro programmatico virtuale dei modelli econometrici, tutt’altra storia è chiedere alla casalinga di Voghera di cosa necessiti la sua famiglia per vivere meglio, per usufruire di affidabili servizi pubblici, per dare una prospettiva di benessere ai propri figli e per evitare di doversi procurare il pranzo e la cena alla Caritas pur avendo al proprio fianco un marito regolarmente occupato, ma mal pagato. Non sono gli algoritmi, per quanto sofisticati, a dover scegliere gli obiettivi del piano d’investimenti, ma la politica. E non la politica dei twitter e dei Decreti del presidente del Consiglio dei ministri ma quella alta e nobile del confronto aperto tra forze partitiche, ancorché concorrenti.

Siamo di fronte a un tornante della storia che non può essere affrontato da una maggioranza parlamentare raccogliticcia e tenuta insieme dalla somma delle proprie debolezze. Se c’è da tracciare il futuro del Paese è giusto che a farlo sia un Governo di unità nazionale, ampiamente rappresentativo dell’elettorato, non fosse altro per garantire la continuità nella realizzazione del piano pluriennale d’investimenti anche quando, tra due anni, una nuova legislatura potrà nascere sotto un segno politico più aderente alla volontà della maggioranza degli italiani. Per arrestare la torsione autocratica che il premier Conte sta imprimendo al suo mandato è necessario che desista dall’insano progetto di accentrare a Palazzo Chigi la programmazione economica. Ha ragione l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che in un’intervista a Formiche.net ha evidenziato l’inadeguatezza della struttura della presidenza del Consiglio a incrociare la mole gigantesca di risorse finanziarie con la realizzazione di un vasto piano di rilancio infrastrutturale e produttivo. Occorrono competenze e professionalità che il ministero dell’Economia possiede tra i suoi ranghi. Perché non utilizzarle invece di montare un’organizzazione parallela di “esperti” che esautori il Mef dalla partita del Next Generation Eu? A meno che non si abbia in mente di mettere in stand-by la democrazia. Se fosse questa l’dea di Conte, andrebbe allontanato a viva forza dalla stanza dei bottoni. Di un caudillo in sedicesima, portato al potere da una banda di improvvisati comandati da un comico, l’Italia non ne avverte il bisogno. D’altro canto, se fosse assicurato il successo del piano d’investimenti qualche concittadino, poco incline a difendere il principio democratico quale valore non negoziabile, potrebbe essere tentato dal concedere una chance all’autocrate di Volturara Appula. Ma guardiamo i risultati prodotti finora dai maldestri tentativi di Conte di espropriare la politica e le istituzioni dalle loro naturali prerogative. C’è la stata la farsa del piano della commissione presieduta da Vittorio Colaoper un’Italia più forte, resiliente ed equa”. Che fine ha fatto? La ricetta miracolosa dei super-manager reclutati da Conte è finita in qualche fondo di cassetto. E con la pandemia? Tutto è stato messo nelle mani del super-commissario Domenico Arcuri. Non sembra che le cose stiano andando benissimo. Per non parlare dei mitici “esperti” del Comitato tecnico scientifico che, interferendo sugli stili di vita degli italiani, hanno fatto litigare tutti e portato il Paese sull’orlo della rivolta popolare.

È giunto il momento di darci un taglio con l’iperfetazione delle task force e di riportare la governance dei grandi piani d’investimento all’interno della Pubblica amministrazione che è una garanzia, quando non emergono prove inoppugnabili di fattori corruttivi, di tenuta democratica della dinamica degli interventi statali. E poi, non è che il numero 300 per la costituenda compagnia di esperti porti granché fortuna. Alle Termopili, i 300 spartiati che seguirono Leonida furono eroici nel compimento del dovere ma finirono massacrati. Stessa sorte è toccata ai 300 giovani che, nel 1857, seguirono Carlo Pisacane nella sfortunata impresa di Sapri. Come testimonia l’incipit della toccante ode La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercatini, che ne celebra il sacrificio: “Eran trecento, giovani e forti/ e sono morti!”. È proprio sicuro Conte di voler nominare esattamente trecento “esperti” per la sua improbabile impresa? Non è solo un problema politico, ma anche di iella.