L’obbligo di vaccinarsi come dispotismo terapeutico

Giunge notizia che il sindaco di un paesino, Bagno di Romagna, prende in esame la possibilità di licenziare alcuni operatori sanitari dipendenti del Comune che hanno comunicato che non intendono vaccinarsi. Si impongono alcune osservazioni. La prima: stupisce come un sindaco di sinistra adotti una linea di tale rigore nei confronti dei lavoratori, i quali invece – secondo il credo della sua ideologia di appartenenza – dovrebbero essere destinatari di una speciale tutela e considerazione. Ciò significa che sulla ideologia e sul credo politico prevale in ogni caso il politicamente corretto, quello che oggi sta alla base di questo nuovo assai diffuso dispotismo terapeutico. La seconda osservazione: imporre il vaccino ai dipendenti che non vogliono vaccinarsi, sotto la minaccia di un licenziamento suppone che si sappia con sufficiente certezza che il vaccino, una volta somministrato, sia in grado di garantire una immunità necessaria per un tempo sufficientemente ragionevole, di almeno uno o due anni. Nessuno, oggi, può invece escludere che il vaccino fornisca una reale copertura soltanto per tre o quattro mesi. Prova ne sia che il sito dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) lo confessa candidamente: oggi nessuno conosce con certezza la durata della copertura garantita dal vaccino.

La terza osservazione: imporre il vaccino ai dipendenti, che non vogliano vaccinarsi sotto la minaccia di un licenziamento, suppone che si sappia con sufficiente certezza che il vaccino, una volta somministrato, renda i soggetti vaccinati non più contagiosi nei confronti di tutti gli altri. Oggi nessuno lo sa con certezza, potendo anche darsi che il soggetto vaccinato ed immune cosparga di virus di cui è portatore sano gli ambienti frequentati, mettendo a rischio chi li abiti o chi vi si trovi. Che sia così lo prova il sito dell’Aifa, ove candidamente si confessa come oggi non sia noto se il vaccinato sia o non sia contagioso, particolare questo non di poco conto, soprattutto per il personale sanitario il quale, se vaccinato, sarebbe immunizzato in proprio, ma potrebbe permanere pericolosamente contagioso per coloro che sono assegnati alle sue cure. Tutto ciò prova senza timore di errare che il vaccino non è stato sperimentato con l’attenzione che avrebbe invece richiesto. Lo sperimenteranno su di noi, ma non lo ammetteranno mai. La quarta osservazione: imporre il vaccino a chiunque è manifestamente antigiuridico in quanto ai sensi della nostra Costituzione nessuno può essere sottoposto ad un trattamento sanitario contro la sua volontà se non per disposizione di legge. E qui non abbiamo nessuna legge che lo imponga. Né si dica, come fa Pietro Ichino, che la legge sarebbe nel codice civile che impone al datore di lavoro do garantire ai dipendenti la salubrità e la sicurezza nei luoghi di lavoro. La tesi è infondata per il semplice motivo che quelle norme sono poste a tutela dei lavoratori senza che da esse si possa trarre in alcun modo un obbligo a loro carico, tanto meno di carattere sanitario. Si aggiunga che occorrerebbe una legge apposita che comunque oggi non esiste. Ma non mi faccio illusioni. La faranno. Altrimenti che dispotismo terapeutico sarebbe il nostro?