Conte vs Renzi, per chi suona la campana

Il gioco del cerino in mano è in pieno svolgimento e qualcuno ne rimarrà scottato. Una metafora che indica lo svolgimento di una contesa politica ormai agli sgoccioli. Fra Giuseppe Conte e Matteo Renzi la partita è ai tempi supplementari e fra poco l’arbitro (Sergio Mattarella) fischierà la fine, anche se già nel secondo tempo ha sancito falli di mano e fuori gioco, minacciando il rigore. I due guardalinee fanno capire che le squadre non possono deludere i tifosi, benché l’afflusso allo stadio sia impedito dal Covid. Ma proprio per uno svolgersi di partita su cui incombe questa minaccia, i due capitani, Conte e Renzi, dovrebbero sbrigarsi a segnare il gol della vittoria. Altrimenti…il gioco del cerino acceso durerà fino all’ultimo secondo, perché la tattica adottata dai due consiste nell’alzare l’asticella delle richieste e degli aut aut, una tattica ben conosciuta dall’ex presidente del Consiglio ma dei suoi insegnamenti sembra faccia uso un premier che, fino ad ora, si era esercitato in rinvii e mediazioni. E, soprattutto, in mancate risposte alle domande sempre più pressanti di Renzi. E del Paese.

Adesso, tuttavia, l’ultima alzata d’asticella di Conte, col salmodiante coro greco di grillini e zingarettiani, è una vera e propria minaccia di espulsione, di fuorigioco, cioè di un fuori dal Governo per quelli di Italia Viva, qualora aprissero la crisi uscendo dalla maggioranza alla quale soccorrerebbero i voti dei responsabili. Alla minaccia ha risposto Renzi, ponendo un aut aut sull’approvazione del Mes, una provocazione per i pentastellatati che hanno immediatamente replicato il loro niet a Maria Elena Boschi, non degna di un ministero, semmai delle manette, restituite peraltro al mittente con una buona battuta. Ne vedremo delle belle. O brutte.

Legittima è la domanda se la pistola in mano a Conte in questo casereccio Ok Corral (per dirla col “Riformista”) sia carica o non sia, piuttosto, un trucco per finire il duello con una resa o, comunque, con un pareggio. Ma, a guardare bene, il rischio maggiore di finire lui fuori dal Governo lo corre Giuseppe Conte basandosi sull’apporto dei responsabili dei quali si ignora persino l’esistenza e il numero dei voti, un gruppo di raccogliticci, sprovveduti, imprevedibili, adatti ad una soluzione temporanea nonostante l’unica e vera ragion d’essere nello scongiurare elezioni anticipate, funzionali ad un governicchio che, posto di fronte a obbligate scelte impegnative, dovrà scontare, insieme alla sua inadeguatezza, le oggettive volubilità, divisioni e impreparazioni dei nuovi alleati.

Il fatto è che la mossa di Conte è tardiva, perché arriva a fine partita quando, invece, doveva essere giocata in anticipo, quando doveva essere lui a dare le carte. E questa mancanza rivela la “filosofia” del tirare a campare, della sopravvivenza a tutti i costi, del rinvio sistematico, i veri limiti del Governo in carica che non ha voluto ascoltare gli allarmi in tempo offrendo risposte e rimedi che potevano rattoppare un buco oggi diventato una voragine. Per Conte, non per Renzi. La resa di conti sempre postergati è sopravvenuta e l’asticella alzata da Conte appare un autogol, non fosse altro perché chi rischia di più, cioè la propria testa, è il premier la cui illusione è che Renzi non vada a vedere le carte che ha in mano. In realtà, è Renzi il vero pokerista. Esperto di bluff, suoi e dell’avversario.