Orde, disordine, ordine: il caos americano

Per quasi tutta la durata dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti sono stati sconvolti dalle violenze di gruppi radicalizzati della galassia di sinistra, che hanno pretestuosamente colto e pure artificiosamente creato situazioni di tensione per farle degenerare in sommosse e teppismi contro le forze di polizia e ai danni della cittadinanza in generale. Le orde della sinistra ideologizzata, del marxismo militante di Antifa, del razzismo anti-bianco di Black Lives Matter, dell’odio iconoclasta e anti-occidentale della cancel culture hanno seminato terrore, generando indignazione nella stragrande maggioranza della popolazione ma facendo anche molti proseliti e, in certa misura, tenendo sotto pressione il partito democratico.

Di fronte a queste scorribande, l’amministrazione Trump ha usato le armi della legalità e della fermezza istituzionale, ma non ha potuto sgominare le bande organizzate né stroncare definitivamente le rivolte, perché il radicamento di quelle orde era ben più profondo e ampio della loro entità quantitativa, ramificato ormai da decenni nelle università, nei media e nello star system, al punto da imporre una sorta di suprematismo culturale neomarxista, che la maggioranza più o meno silenziosa degli americani non ha potuto contrastare.

Paradossalmente ma in modo del tutto spiegabile, dopo alcuni anni di violenze diffuse perpetrate dai movimenti sovversivi di sinistra contro istituzioni e persone, monumenti e simboli, uno degli ultimi giorni della presidenza Trump è stato funestato da una violenza di provenienza opposta ma di pari significato, una giornata di follia che ha macchiato una presidenza che ha avuto grandi meriti e che ha saputo conquistarsi la stima dei conservatori, inizialmente scettici sulla candidatura presidenziale di Donald Trump.

All’orda neocomunista ha fatto eco l’orda, meno numerosa, molto meno ideologizzata ma non meno generatrice di disordine, di estremisti sedicenti sostenitori di Trump e che, in ogni caso, da Trump sono stati ascoltati e vezzeggiati. La violenza non si pesa sulla bilancia, e tuttavia è innegabile che le sommosse della sinistra sono state incomparabilmente maggiori, per quantità e intensità di brutalità, alla furia anti-istituzionale dei rivoltosi di Capitol Hill. Ciò nonostante, sul piano simbolico l’assalto dei sedicenti trumpisti non è meno grave, perché ha toccato il simbolo supremo non solo delle istituzioni concrete ma anche del concetto di libertà che ne è a fondamento. E poiché i simboli hanno una potenza invisibile straordinaria, l’assalto del 6 gennaio ha colpito duro, al punto che qui le due orde, pur provenendo da lati opposti, si sono saldate, nell’analogia e nelle intenzioni.

Questa doppia orda, pur causando danni di differente entità (quelli dell’orda neocomunista sono di gran lunga superiori e più estesi), ha prodotto dunque un analogo disordine, pur differenziato per obiettivi ed effetti. Non intendo qui dilungarmi sul primo, per concentrarmi invece sul secondo tipo di disordine, per molti aspetti inedito ma non inaspettato e non imprevedibile.

Tutto ciò che è ha una ragione per essere così e non altrimenti, recita il principio di ragion sufficiente di Leibniz; e quindi per capire l’essenza di un evento bisogna scoprirne la «ragione». Ciò che è avvenuto al Capitol Hill di Washington aveva dunque, in questo senso, una ragione. Ciò significa che aveva una causa e una motivazione: qualcosa lo ha fatto accadere e qualcosa lo aveva motivato, e un’analisi oggettuale ne può mostrare le cause materiali e quelle efficienti, le motivazioni e gli scopi: la violenza sistematica della sinistra.

Tuttavia, un’analisi politica non neutra, ma prodotta da una precisa prospettiva teorico-politica – quella del liberalconservatorismo o, in termini europei, del centrodestra – ci dice che quanto accaduto al Campidoglio americano non doveva accadere. Semplicemente, non doveva verificarsi. Si è trattato di un errore storico, di un evento irrazionale e, soprattutto, negativo; una forma di nihilismo o di decostruzionismo applicato, dal quale i conservatori (non solo quelli americani) devono tenersi distante come dal demonio.

Questo attacco al cuore delle istituzioni, ludico e luddista, politico e teppista, è un atto nihilistico nel senso preciso del concetto, non dissimile – nella sostanza concettuale ovviamente, non nella forma pratica – dall’assalto bolscevico al Palazzo d’inverno (e sappiamo quanto i comunisti siano stati affini ai nihilisti russi di fine Ottocento), dall’incendio del Reichstag da parte dei nazionalsocialisti o dalla minaccia mussoliniana di trasformare il Parlamento in un bivacco di manipoli.

La donna uccisa, che certamente addolora il popolo di centrodestra, è una doppia vittima – uccisa da chi, incolpevole, aveva il compito di difendere il Congresso e uccisa da chi, colpevole invece, l’aveva spinta ad attaccare il Congresso – e semplicemente non doveva trovarsi in quel luogo e in quelle circostanze, perché quel luogo non doveva essere assaltato. Quando il carabiniere uccise il giovane Giuliani a Genova nel 2001, la colpa dell’evento non fu del milite e nemmeno tanto di Giuliani, bensì di chi lo aveva portato ad assaltare la camionetta della benemerita.

L’assalto di Washington non è stato compiuto da pochi esaltati, ma è stato un evento di massa, sia pure di consistenza non eccezionale. Le masse sono dotate di una certa spontaneità e possono anche muoversi in modo molecolare, cioè secondo il moto browniano, per aggregazione e disgregazione, dirigendosi verso un lato piuttosto che verso un altro, spesso casualmente o, per quanto riguarda le masse sociali concrete, occasionalmente.

Sappiamo, da almeno un secolo, che le masse si ergono quando le élites mancano o vacillano, ma anche in assenza di élites in grado di guidarle strategicamente, sul piano tattico le masse si muovono seguendo istruzioni dei loro capi, che non sono élites e tuttavia comandano. Le masse che hanno assalito il Congresso avevano una dose di spontaneità ma anche alcune guide, una delle quali è stata individuata nella setta di QAnon. Fino alla sua comparsa sulla scena politica, questa consorteria, al pari di molte altre, era confinata sul piano dell’irrazionalismo psicologico e, come ogni setta ben strutturata, animata dal fanatismo fidelizzante. Una delle tante che circolano da sempre negli Stati Uniti. E giustamente era stata monitorata, depotenziata e circoscritta dagli apparati di difesa dello Stato. A un certo punto però, quell’opportuno cordone di sicurezza è saltato.

A farla decollare sul piano politico sono stati alcuni fattori contingenti, tra cui il disorientamento causato dalla pandemia e qualche ammiccamento da parte del vertice dell’Amministrazione Trump. Ma non mi interessa approfondire quei meandri abbastanza inquietanti e assai mefitici che avvolgono la storia e le, diciamo così, tesi (il rispetto per il concetto di teoria mi impedisce di utilizzarlo per designare queste o altre affastellature di ipotesi e vaneggiamenti) di QAnon. Ne osservo solo gli atti e le risultanze.

Se la presenza di una setta complottista come QAnon ha contribuito, al di là dei brogli perpetrati dai democrats, a far perdere le elezioni a Trump (una tesi dimostrabile sia sul terreno prettamente politico, dove molti conservatori tradizionali e tradizionalisti si sono spaventati da quel fanatismo, sia su quello della gestione dell’epidemia da coronavirus, dove si sono verificate troppe superficialità e incoerenze, sia su quello del cosiddetto Deep State, dove quella presenza ha certamente e giustamente messo in allarme alcuni apparati dello Stato preposti alla sicurezza nazionale), se gli adepti di QAnon sono stati i capi dell’azione eversiva contro la sede del Congresso, e se quell’azione ha rappresentato un gravissimo danno all’immagine e all’esistenza politica di Trump, e se quindi da tutto ciò scaturisce la vittoria completa – non solo elettorale – della sinistra, è evidente che QAnon è un fattore che danneggia il campo conservatore-repubblicano e può ben essere un attore foraggiato da chi ha interesse a procurare quel danno, cioè dalla sinistra stessa o da qualsiasi altra forza che abbia tale interesse.

Per parafrasare un vecchio adagio, chi è utile al mio nemico non può essere mio amico. E poiché è evidente che QAnon, KKK e altri gruppuscoli simili sono utili alla sinistra, non possono essere considerati amici dei conservatori e del partito che li raccoglie e li rappresenta. E perciò vanno senza indugio isolati e neutralizzati. Il grande leader bavarese Franz Josef Strauß sosteneva che non si doveva lasciare spazio a destra, perché altrimenti sarebbe sorta una frangia estrema che, in Germania, poteva avere la tinta bruna del mostro nazionalsocialista. Negli Stati Uniti, con Ronald Reagan, alla destra politica dei Repubblicani non c’era nulla o soltanto rimasugli insignificanti. Oggi qualcuno di quella destra inaccettabile vorrebbe anche appropriarsi di Barry Goldwater, ma il glorioso senatore dell’Arizona era un conservatore autentico, serio e preparato, che mai si sarebbe mescolato con un’accozzaglia di improvvisati. E altrettanto sbagliato è, sulla falsariga complottista, vedere nel Deep State un nemico dei Repubblicani, denunciando macchinazioni che risultano fantomatiche e in ogni caso non dissimili da tutte le operazioni sottotraccia che da sempre accompagnano la vita politica statunitense e in particolare i momenti elettorali. Un grande partito erede di Ronald Reagan deve governare il Deep State, non subirlo né attaccarlo.

Ora, la gran parte delle persone ammassate a Washington era brava gente che ingenuamente voleva testimoniare la sua indignazione per un esito elettorale macchiato dall’ombra di brogli, e coloro che hanno assaltato il Congresso sono poveracci strumentalizzati, ma chi li ha organizzati è morchia politica, culturale e anche religiosa, inquinata da un anti-semitismo che non ha mai albergato in quel solido difensore di Israele e dell’ebraismo che è il partito Repubblicano.

Questi settari eversivi sono schiavi del caos, forse inconsapevoli o forse no, ma in ogni caso efficienti portatori d’acqua del grande meccanismo della globalizzazione negativa congegnato da coloro che del caos sono i padroni, coloro cioè che lo fomentano e che non sono in grado di controllarlo. Quelle tracciate dai violenti di Capitol Hill sono strade già viste in Europa da almeno cinquant’anni; strade che portano a un vicolo cieco. Strategie perdenti, spesso confuse e talvolta anche equivoche; oscure, perché è facile per gruppi ideologici esperti infiltrare sacche di fanatici che vengono eterodiretti o almeno eteroinfluenzati allo scopo di destabilizzare il blocco conservatore. Chi manipola dunque questi gruppi? Chi manovra QAnon?  

Negli Stati Uniti si sta delineando una scena paradossale, in cui la violenza di sinistra viene tollerata e quella di destra respinta; uno scenario che in parte è stato costruito dall’astuzia della composita galassia di sinistra e in parte è stato favorito dall’ingenuità della destra conservatrice repubblicana, che non ha saputo né voluto emarginare subito quelle frange di fanatici come i QAnon e la destra estrema, anti-semita e isolazionista. I conservatori facevano già molta fatica a contrastare la potenza del politicamente corretto con lo strumento delle idee e con la forza della verità, e ora si trovano impantanati in una palude da cui devono uscire al più presto, magari anche con l’aiuto di un Donald Trump che decidesse di riposizionarsi completamente rispetto alle frange del fanatismo.

Di fronte alle citate violenze dei movimenti semi-terroristici di sinistra, che hanno alzato il livello di intimidazione con cui colpire avversari politici, tradizione culturale occidentale, sistema economico e libertà fondamentali, dinanzi a tutto ciò i conservatori, intesi sia come politici sia soprattutto come cittadini, non potevano rimanere impassibili, e quindi una reazione era inevitabile e anche doverosa, e si è concretizzata in atti politici, civili e culturali di condanna e di affermazione dei propri valori, attenendosi a un preciso codice etico-politico e quindi tenendosi ben lontani dalle modalità dei teppisti di sinistra, perché portare sulle strade uno scontro violento avrebbe significato contravvenire a due dei pilastri fondamentali della visione conservatrice del mondo, e cioè legge e ordine, che vanno rispettati da ogni persona e che vanno fatti rispettare dalle forze di polizia e di sicurezza.

Ora invece gli esaltati di Capitol Hill hanno infranto quel codice e usato i metodi dell’estremismo di sinistra. Molti di loro inveivano contro i poliziotti e i militari a difesa del Congresso: inammissibile per chi è sempre e comunque dalla parte di esercito e polizia, perché negli Stati Uniti questi sono garanti della libertà. Un amico statunitense che stava scrivendo un articolo sulla situazione mi ha chiesto pochi giorni fa: ora cosa dobbiamo fare? La risposta non è facile ed è complessa, ma di sicuro bisogna iniziare a riaffermare legge ed ordine, anche se si è all’opposizione, anche se al governo c’è una sorta di fronte popolare progressista e socialista, anche se nella società c’è una pericolosa crescita dell’ideologia social-comunista, perché altrimenti si contribuisce ad alimentare quel caos che la sinistra, con i suoi grandi sostenitori finanziari, sta spargendo da anni in tutto il mondo.

Contrastare il caos è impresa difficile, e tuttavia realizzabile se c’è qualità delle idee, chiarezza delle prospettive e ordine nella prassi, ma diventa impossibile se mancano queste tre caratteristiche. All’interno del quadro democratico, l’unica risposta al caos è l’ordine, non ci sono terze vie, non almeno in questa macrofase storica, e se qualche gruppo contribuisce al caos, è incosciente o è in malafede, e in ogni caso va escluso dalla coalizione dell’ordine. E poiché, nelle democrazie liberali occidentali, l’ordine risiede (almeno in linea teorica) anche nella legge, quest’ultima va rispettata o, se ingiusta, criticata e modificata in sede legislativa.

La coscienza dell’ordine significa anche coscienza dei limiti, individuali e collettivi, privati e pubblici; la prassi dell’ordine implica anche il rispetto dell’autorità, in tutte le implicazioni del concetto: autorità istituzionale e autorità culturale, autorità della tradizione e della religione. Ove non si manifestano le condizioni per uno stato d’eccezione, sono le istituzioni a marcare i limiti nello spazio pubblico; e lo spirito delle istituzioni tradizionalmente consolidate determina il limite dell’agire politico. E quando si affaccia l’esigenza storica di uno stato d’eccezione, quelle istituzioni vanno rispettosamente riconquistate e liberate, ma non vilipese. Invece i tumulti al Congresso sono stati un vilipendio alle istituzioni, un’aggressione sterile e, ripeto, nihilistica, priva di qualsiasi finalità sensata, razionale, concreta o praticabile al di là dell’atto stesso.

Non si devono confondere i sincretismi di sette più o meno occulte con i valori religiosi; né le farneticazioni di tali sette con princìpi politici, altrimenti si rischia di esserne danneggiati. In questo caso, il bacio della morte che ha toccato Trump e con lui il partito Repubblicano viene da due parti, da un settore incontrollabile e inaffidabile che si dichiara di destra ma che in realtà è qualunquista, confuso ma anche fanatizzato e quindi impenetrabile a qualsiasi argomentazione e confutazione, e dalla immarcescibile sinistra, in tutte le sue sfumature statunitensi, dai progressisti liberal agli eversivi di Antifa, dai vecchi arnesi socialisti ai razzisti anti-bianchi, anti-semiti e filo-islamici di BLM.

Se solo Trump avesse avuto presente la strategia leniniano-togliattiana della quinta colonna, secondo cui il nemico va combattuto sia frontalmente sia per mezzo degli utili idioti, avrebbe adottato tutt’altri toni e tutt’altri contenuti per la sua azione post-elettorale. Invece è caduto nella trappola che gli è stata scaltramente tesa. Ed è a questa manovra concentrica che i Repubblicani devono ora sfuggire, per non restare intrappolati in quella sacca che abilmente e malignamente la sinistra ha costruito. Forse non è facile comprendere tutti i percorsi teorici e le implicazioni pratiche di questa operazione che sta mettendo nell’angolo i conservatori, ma basta un minimo di strategia militare per accorgersi che tale operazione di accerchiamento mira a distruggere il partito stesso dei conservatori americani e, quindi, ad azzerare o quanto meno a limitare la loro agibilità e rappresentatività politica.

Per i conservatori e per il loro partito, e pure per Trump stesso, è imperativo dunque fare presto: sbarazzarsi della zavorra, emarginare i fanatici, silenziare gli idioti, rilanciare la loro nobile tradizione e riassegnare valore alla qualità delle idee. Una battaglia si può perdere anche perché il nemico ha giocato sporco, ma resta sempre una battaglia persa, ed è quindi necessario attrezzarsi al meglio per vincere quella successiva. E contro la sinistra si può vincere solo in due modi: con le armi o con le idee, e poiché una soluzione militare non è mai auspicabile, se non di fronte a un’azione rivoluzionaria o eversiva generalizzata e armata, resta solo l’opzione ideale (intesa come attivazione di un sistema di idee e ideali), ma per realizzarla bisogna avere una teoria più forte, in tutti gli aspetti e in tutti i sensi, di quella della sinistra, e per elaborare tale teoria bisogna affidarsi esclusivamente al valore e alla qualità, isolando e condannando l’improvvisazione, il settarismo e il fanatismo, frutti avvelenati di una stagione arida e prodotti di infiltrazioni oscure. Dal disordine all’ordine, passando attraverso una pulizia qualitativa, senza sconti e senza esitazioni, perché solo così si può riavviare la spirale positiva della politica conservatrice, e solo così potranno nuovamente maturare i frutti sani del conservatorismo, di cui certamente Donald Trump è stato un brillante esempio.