Le farine politiche del liberalismo e dello statalismo

Raccolgo il sasso lanciato da Andrea Mancia nell’editoriale di ieri a proposito del futuro del centrodestra. Il direttore ha colto il cuore del problema, ossia la doppia mancanza, in quello schieramento, di una proposta programmatica ampia e condivisa, e di una classe dirigente all’altezza della situazione.

Siccome le cose stanno davvero così, la domanda per me diventa questa: perché l’acqua del centrodestra continua a ristagnare senza che un moto programmatico nuovo riesca a farla almeno increspare?

I motivi sono molti. Ve n’è uno più profondo di tutti, però, che occorre dirsi senza infingimenti: il centrodestra, per come lo abbiamo conosciuto fin qui, non c’è più.

Volendo ragionare con onestà intellettuale, senza anteporre innamoramenti adolescenziali o interessi partigiani, si deve riconoscere che la storia di quella coalizione si è sostanzialmente esaurita. La spinta propulsiva del progetto di Silvio Berlusconi è ormai agli sgoccioli e con esso si sta consumando il collante valoriale, che ha fin qui tenuto unite le forze storiche della destra, quelle nate negli anni Novanta sull’onda ideale del federalismo e del separatismo, e le componenti della Democrazia Cristiana, del Partito Liberale e del Partito Socialista confluite in Forza Italia.

Al di là di esigenze elettorali e di governo, che per qualche tempo potranno ancora tenere insieme Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, è possibile che dal gorgo delle debolezze politiche nel quale sono precipitati anche questi partiti, alla fine escano due nuclei distinti: uno, che potremo continuare a definire di destra, che si ispirerà al modello della democrazia illiberale ed a quello dello statalismo; un altro, che potremo chiamare liberale, che si fonderà sui valori del liberalismo e della democrazia liberale.

Se si gratta la superficie, le grandi distinzioni o le grandi famiglie ideali che ancora reggono alla furia del nichilismo politico sono, infatti, quelle del liberalismo e dello statalismo, per un verso, e della democrazia liberale e della democrazia illiberale, per un altro.

Le categorie “centro”, “destra” e “sinistra” non sono scomparse, intendiamoci: pur spogliate di molti tratti peculiari del XX secolo, riescono ancora a mantenere un’identità distinta nella declinazione che danno all’uguaglianza. E neppure è scomparsa la distinzione tra europeisti, nazionalisti e sovranisti, o tra popolari e populisti.

Si deve infatti riconoscere che tutte queste categorie si mantengono vitali nell’agone politico, mescolandosi in un turbinio di accordi e disaccordi, matrimoni e divorzi, unioni e scissioni. Le loro farine si mescolano continuamente, per poi separarsi di nuovo e finire in nuove miscele e nuovi impasti. E si deve pure riconoscere che molti – forse troppi – sono i mastri pasticceri dediti alla sperimentazione, ognuno dei quali ritiene di avere la ricetta migliore e per questo vincente, da imporre o sovrapporre a quella degli altri.

Se non vogliamo che l’ingovernabilità si trasformi in strutturale e che la realtà travolga istituzioni e politica, però, alla fine di questo turbinio la separazione delle farine dovrà avvenire per forza di cose. E non potrà che seguire le categorie valoriali che hanno retto all’urto del nichilismo. Tralasciando quel che potrà accadere nel centrosinistra, per il centrodestra la separazione più probabile, perché maggiormente legata ad ideali condivisi dagli elettori, correrà, come già detto, tra liberalismo e democrazia liberale, da un lato, statalismo e democrazia illiberale, dall’altro. Non mancheranno, certo, altre e variegate nuance, ma è probabile che i colori madre si ridurranno a questi.

Solo a quel punto si potrà infornare un nuovo pane programmatico che, come dice Andrea Mancia, possa finalmente consentire di governare. Ma fino a quel momento dovremo accontentarci di cantucci un po’ rinsecchiti.