Luci e ombre del Piano di ripresa

Ci siamo: il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è sulla rampa di lancio. Dopo la sua approvazione in Consiglio dei ministri, bucherà la stratosfera parlamentare fra oggi e domani e raggiungerà il pianeta Bruxelles nel fine settimana. Mario Draghi farà il resto, come ha fatto anche in queste ore riuscendo a sciogliere alcuni nodi già individuati dalla Commissione europea. Senza farne l’uomo della provvidenza, non possiamo che augurarci che la sua autorevolezza contribuisca all’approvazione finale del piano, come del resto auspica anche il Financial Times.

Si può dire, per semplicità, che il piano è composto, per una parte, da interventi di spesa e, per un’altra, da riforme normative strutturali.

Per adesso limitiamoci ai primi, dato che le seconde sono ancora da definire. Il loro ventaglio è ampio: dalla sanità alla ricerca, dalle strade alle ferrovie, dalla scuola alla digitalizzazione, dall’energia solare alla banda larga, per un totale di 220 miliardi. Due volte, più o meno, la cifra che con il Piano Marshall gli Stati Uniti destinarono alla ricostruzione italiana alla fine della guerra.

Tutto bene, allora? Per la verità, accanto a molte luci, ci sono anche ombre. Partiamo dalle luci. Al di là di alcuni progetti marginali sui quali si può discutere, complessivamente il piano è ben costruito, equilibrato nella ripartizione, dettagliato. Individua perfino il numero di stazioni ferroviarie da ammodernare, di asili da costruire, di scuole da rifare. Roba seria, insomma, niente di paragonabile con quello buttato giù alla bell’e meglio dal governo precedente.

Inoltre e finalmente, privilegia la spesa produttiva, quella che in teoria crea ulteriore ricchezza, lavoro, investimenti di privati, incrementa il Pil e la produzione. A questo proposito, tuttavia, è opportuno non farsi illusioni: sebbene la spesa prescelta sia quasi tutta qualificabile come produttiva, è da tenere presente che il moltiplicatore Keynesiano, che si collega proprio a questo tipo di spesa, è più un mito infiocchettato col nastro marxista per giustificare il centralismo e l’economia di stato, che una verità assoluta.

Di fronte al tornante storico squadernatoci dalla pandemia, su considerazioni teoriche o ideologiche, però, devono prevalere valutazioni pragmatiche. Il Recovery obbliga tutti i Paesi dell’Unione a spendere. E allora, se la pesca deve giocoforza avvenire nel grande cesto della spesa, sia benedetta quella che, almeno sulla carta, si presenta come produttiva. Nei prossimi anni, poi, capiremo se il moltiplicatore si è davvero “attivato”. È possibile che alla fine, quando faremo i conti, la sorpresa sia amara, ma per ora il genere di spesa prescelto è il migliore fra quelli possibili.

Tre però le macro-ombre. La prima è già stata qui descritta nei giorni addietro e attiene al silenzio tenuto dai partiti nella fase di elaborazione del piano, segno e forse simbolo della scarsa capacità progettuale di una parte della classe dirigente.

La seconda ombra coinvolge sempre i partiti, ma si proietta sul futuro. Attiene alle loro effettive capacità di guidare la fase di realizzazione degli investimenti, di passare dalle carte ai cantieri. Questo aspetto, che si lega alla discussione in corso sulla composizione della “cabina di regia”, interessa verticalmente tutta la piramide dell’organizzazione della spesa: dallo Stato alle Regioni e ai Comuni, dai partiti al Parlamento, dal governo centrale ai governi locali.

La terza ombra viene dal caotico spezzettamento delle competenze tra centro e periferia. È facile prevedere che la loro ripartizione fra Stato e Regioni scritta in Costituzione sarà motivo di duro scontro e rallentamenti. Basta pensare alla sanità e ai trasporti per rendersi conto delle difficoltà che incontrerà la messa in opera del piano.

“Che cielo ti salvi dalla guazza e dagli assassini”, disse il Grillo parlante a Pinocchio in procinto di entrare nella foresta per poi incontrare il Gatto e la Volpe.

(*) agiovannini.it

Aggiornato il 27 aprile 2021 alle ore 09:53