Dell’obbedienza cieca, pronta e assoluta: Thoreau e la disobbedienza civile

In un delizioso film della Germania degli anni Venti, forse l’unico periodo tedesco di scapigliatura del secolo scorso, si narra di un funzionario postale che, subito un grave torto, dà fuori di matto e, indossata la sua più bella divisa di gala (nell’Impero Guglielmino tutti i funzionari ne avevano una), si piazza in strada al centro di Berlino e comincia a dare ordini netti e altisonanti, ma privi di senso. In quella società militarizzata, dove l’obbedienza alle leggi e alle autorità era supremo e indiscusso valore, il piglio marziale e la ricca divisa del poveretto impazzito, fanno presa sulla massa e nel film, alla fine, si vedono tutti i berlinesi, marciare perfettamente inquadrati su e giù per le vie della capitale, in una sfilata senza fine, collettiva, uniforme e senza alcuna logica.

Era una satira pungente dell’abitudine all’obbedienza incondizionata installata nei tedeschi fin dal primo Reich prussiano, una abitudine teorizzata ed elevata a sistema filosofico dalla sacralizzazione dello Stato operata dagli idealisti tedeschi e portata alle estreme conseguenze da Georg Wilhelm Friedrich Hegel e Karl Marx, un’abitudine radicata, che sarebbe poi servita al regime nazional-socialista per fare incredibilmente accettare, da uno dei popoli più evoluti del mondo, un regime rozzo, pericoloso e vessatorio, ma rivestito dell’autorità indiscutibile dello Stato. Se ricordo questo oggi è perché si è fatta strada, nel nostro Paese, una idea pericolosa e ripetuta quasi ossessivamente, che si riassume in una frase fatta: “Occorre sempre e in ogni caso rispettare le regole”. Sempre e cioè a prescindere completamente se siano regole giuste, realmente applicabili, compatibili con la Costituzione, prese da un’autorità legittima, in corretta forma e corrette procedure. Sempre, di qualunque regola si tratti.

Quanta differenza con il Costituzionalismo di Thomas Jefferson e dei padri costituenti americani (che contemplavano anche il diritto alla resistenza all’oppressione), con l’empirismo degli inglesi scettici sull’idea stessa di Stato perfetto e, da noi, con la tradizione del liberalismo italiano: “Voi dovete lasciare alle libertà tutta la sua applicazione, voi potete far leggi per reprimere, non mai per prevenire” (Luigi Carlo Farini, Parlamento di Torino,1857). E quanta differenza, soprattutto, col pensiero di Henry David Thoreau, il filosofo, politico e naturalista americano, che col suo saggio sulla “Resistenza al Governo civile”, è il padre di quella “Disobbedienza civile” all’oppressione, da lui considerata come un dovere, oltre che un diritto.

In quel saggio Thoreau condannò apertamente le scelte del Governo statunitense, in particolare la legalità della schiavitù e la guerra espansionista contro il Messico e teorizzò il diritto a rifiutarsi di collaborare. E non si limitò a scriverne, ma lo praticò e l’applicò a se stesso, rifiutandosi di pagare le tasse, per boicottare la politica del Governo e non contribuire alla guerra e allo schiavismo nel Sud, venendo così, pur se per brevissimo periodo, incarcerato. Nel suo concetto di disobbedienza civile, Thoreau sostiene che è ammissibile non rispettare le leggi quando esse vanno contro la coscienza e i diritti dell’uomo, ma quando scrive che è necessario disubbidire a leggi ingiuste o perlomeno attuare una sorta di resistenza a esse, egli non pensa a una rivoluzione violenta, ma semplicemente a una non collaborazione col Governo che le ha imposte, ponendosi come primo propugnatore dei movimenti di protesta e resistenza non violenta, che avrebbero visto poi nel Mahatma Gandhi il più famoso dei protagonisti.

Una delle tesi principali del saggio è che qualsiasi forma di Governo limita con la coercizione la unicità di ogni individuo, perché fa decidere ciò che è giusto o sbagliato unicamente a coloro che sono al potere, ma la legge non rende per questo l’uomo comune giusto, lo fa solo diventare legalmente ingiusto quando egli, fedele ai suoi valori ed alla sua libertà, non la rispetta.

Per Thoreau il Governo migliore è quello che governa meno, lasciando però solo al regno di utopia, quello che non governa affatto. Egli non ritiene che l’uomo abbia il dovere di dedicarsi alla guerra al male, può anche dedicarsi alle sue cure private, ma è suo dovere, perlomeno, non esserne complice, non aiutarlo in alcun modo e, se si dedica ai suoi scopi e progetti, deve però verificare di non perseguirli ai danni di un altro, in modo che anch’egli possa fare la sua strada.

Un po’ riassumendo sosteneva: “La massa degli uomini serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma come macchine, con il loro corpo. Sono l’esercito permanente, la milizia volontaria, i secondini, i poliziotti. Nella maggioranza dei casi non c’è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale e, ciononostante, normalmente, quegli uomini sono considerati buoni cittadini, come la maggioranza dei legislatori, dei politicanti, degli avvocati, dei preti e dei tenutari di cariche che servono lo Stato soprattutto in base a ragionamenti astratti e poiché fanno assai di rado distinzioni morali, hanno la stessa probabilità di servire Dio che, senza volerlo, di servire il diavolo”.

Viene da pensare al processo di Norimberga, agli ufficiali che si dichiaravano innocenti, perché avevano eseguito ordini superiori o ai gerarchi sovietici che scaricarono tutta la colpa su Stalin. Thoreau era un liberale estremista e sognatore, ma non era un anarchico, non negava un ruolo allo Stato, ma ne vedeva molto bene la pericolosa tendenza a espandersi a scapito della società (e non aveva ancora visto il comunismo). Ma lasciando da parte Thoreau e il suo tempo e ricordando che comunque le regole, in generale almeno, sono spesso giuste e da rispettare per non cadere nel caos, oggi la situazione sta però fortemente e velocemente peggiorando anche nelle democrazie e il riflesso condizionato dell’obbedienza a ogni costo è pericoloso. I nuovi mezzi tecnici di spionaggio e condizionamento, creano attorno a ognuno una rete immateriale, ma vera e tentacolare che ci influenza e che traccia tutte le nostre tendenze e comportamenti, che poi, a seconda di chi governa, possono venire a essere considerati o meno crimini, ma sono comunque conosciuti e schedati. Il che, unito alla perniciosa astrazione di una collettività non più vista come semplice somma di individui, ma come entità in sé rappresentata dallo Stato e di valore superiore alla persona, tende a isolare e annullare ogni resistenza e apre la via a ogni possibile abuso.

Un responsabile profondo di questa degenerazione è, a mio avviso, il positivismo giuridico che ci ha abituato a credere che una legge sia sempre legittima, purché presa da un’autorità legale e formalmente coerente col restante corpo delle leggi, scordando del tutto quel giusnaturalismo che, col pur difficile richiamo ai diritti naturalmente innati, costituiva davvero un valido argine alle maggiori degenerazioni e irragionevolezze. Con il Covid, come esempio lampante, si sono preferiti cento divieti emergenziali non costituzionali a un solo semplice obbligo (la necessaria vaccinazione), mentre anche in Occidente i diritti alla libera manifestazione del pensiero, sono sempre più compressi da un “politically correct” che tende a limitare per legge tutti i pensieri considerati devianti.

È difficile oggi concepire una resistenza, coerente e non violenta, alla rete, ai droni, allo Stato onnipotente, alle multinazionali senza volto, alla censura camuffata, all’irrazionalità ecologica, alle teocrazie e ai venti di guerra, è difficile (molto) immaginare nuove forme di partecipazione democratica. Cerchiamo però quantomeno di mantenere lucidità e indipendenza di giudizio e, nel ricordo e insieme nella speranza di un tempo migliore, un’oasi di relativa tranquillità, almeno attorno a noi stessi. E di scegliere col voto coloro che non propugnano l’obbedienza assoluta come supremo valore civico.