In questa pandemia la scienza rinnega se stessa

Il primo aspetto che qui esamino attiene al modo in cui virologi, infettivologi, medici in genere si son proposti sui giornali e in televisione durante questi due anni di pandemia. Quasi tutti, con qualche eccezione – probabilmente Andrea Crisanti – mostrano una spavalda sicurezza che a volte sconfina nella arroganza e nella sicumera, le quali, come è noto, sono la negazione di ogni possibile metodologia scientifica.

Lo scienziato che sia e intenda rimanere fedele allo statuto proprio della scienza (anche della medicina, che non è una scienza esatta) sa bene invece che il solo atteggiamento consono è quello dettato da una profonda umiltà, per il semplice motivo che il sapere scientifico procede sempre per via di successive approssimazioni e perciò è sempre revisionabile, anche nelle parti che sembravano in principio più oggettivamente certe. Per questa ragione, ogni scienziato pur affermando la correttezza di una determinata teoria – anche quella in tema di vaccini – la presenta pubblicamente, avvertendo sempre che si tratta di una acquisizione del tutto provvisoria, modificabile, integrabile e perfino falsificabile. Per questo, egli evita accuratamente di farne un feticcio sull’altare del quale sacrificare altre teorie di segno opposto e perfino, come è accaduto, i rapporti con i colleghi.

Come dimenticare, infatti, la veemenza arrogante con la quale Fabrizio Pregliasco apostrofò, alcune settimane or sono, il collega Claudio Giorlandino, il quale, in una nota trasmissione televisiva, gli faceva notare che, dopo la mutazione del virus ormai effettiva da diversi mesi, la terza dose non andrebbe fatta, perché gli anticorpi, sensibili al virus pre-mutazione, non si attiverebbero sulle sue varianti? Toni di voce da fiera paesana, interloquire tronfio e proteso a zittire il collega, irrisione pubblica delle sue teorie, insomma l’esatto contrario del comportamento del vero scienziato: ecco come reagì Pregliasco, invece di farsi carico delle osservazioni critiche per accettarle o confutarle razionalmente. Egli non era affatto mosso dall’ansia per la ricerca della verità, ma dalla esigenza assoluta di evitare che i dubbi esternati dal collega potessero aver presa sul pubblico televisivo. Questa non è scienza.

In secondo luogo, il vero scienziato non nasconde, neppure in parte, la verità delle cose e per questo non teme neppure di confessare pubblicamente la propria ignoranza, nel caso sia necessario. E tanto egli è disposto a fare per fedeltà alla propria vocazione scientifica: perché sa che ammettere di non sapere – socraticamente – è il solo modo di poter sapere; e che questo è un insegnamento di incalcolabile significato anche per la massa di telespettatori, i quali saranno portati a comprendere le ragioni della scienza più da una ammissione di (temporanea) ignoranza di chi, non sapendo, potrà aspirare a sapere, che dal trionfalismo di chi afferma di sapere, nulla invece sapendo. Per questo, egli dice al pubblico la verità, tutta la verità, anche se sgradevole, dal momento che di dire la verità ha un preciso dovere, essendogli precluso ogni atteggiamento mistificatorio, di occultamento o di imbonimento.

Come dimenticare tuttavia il tono di malcelato paternalismo con il quale molti dei tele-virologi ogni sera ci ammanniscono la loro pedagogia spicciola, fondata su una verità da loro proclamata, ma che rimane arcana, inaccessibile, inesplicabile per noi tutti, che – poveretti ! – mai potremo attingerla? Questa non è scienza. Ancora. La vaccinazione a tappeto, omnicomprensiva, indifferenziata, universale – come predicata da indistintamente tutti i nostri bravi tele-virologi – estesa anche ai bambini sotto i dodici anni (in attesa di quella da riservare ai piccolissimi da zero a 5 anni e infine della non più rinviabile vaccinazione intrauterina presto da loro auspicata) è quanto di più assurdo si possa immaginare, ponendosi in contrasto con ogni criterio scientifico di correttezza metodologica.

Si pensi che Papa Leone XII, dopo che il suo predecessore Pio VII aveva reso obbligatorio e gratuito il vaccino antivaioloso, abolì la obbligatorietà nel 1823, mantenendo la gratuità: ciò facendo, mostrò uno spirito scientifico di gran lunga più raffinato degli attuali tele-virologi. Infatti, egli delegò ai medici, e soltanto ai medici, di decidere caso per caso se inoculare il vaccino oppure no, così come deve essere per ogni scienza che sia degna di tale nome. Oggi, impera invece la universalità vaccinale indiscriminata e pervasiva. Questa non è scienza.

Ancora. Quando si trattò da parte dell’Ema di verificare gli effetti deleteri e perfino letali che Astrazeneca aveva causato in vari Paesi – Italia, Norvegia, Olanda, Francia – il vaccino fu sospeso, ma Ema se la sbrigò in appena tre o quattro giorni, compresi sabato e domenica. Si trattò dunque di un controllo, a tutto voler concedere, soltanto formale, forse cartaceo, comunque estrinseco. In appena tre o quattro giorni è infatti impossibile un controllo non formale, ma capace di verificare realmente la potenzialità nociva del vaccino sugli esseri umani. La cosa fu tanto spregiudicata, da risultare perfino offensiva del buon senso: non occorreva essere medici o scienziati per sentirsi presi in giro da un controllo tanto fasullo quanto ostentato. Questa non è scienza.

Infine. Praticamente tutti i tele-virologi, in compagnia di giornalisti e politici, chiedono ossessivamente a tutti noi, da due anni, nientemeno che di aver “fede” nella scienza, al punto che manifesti enormi campeggiano lungo le strade italiane, mostrando sorridenti pargoli che appunto si affidano a benevolenti medici in camice bianco altrettanto sorridenti. Si può mai ripetere impunemente una simile corbelleria? Eppure, la ripetono come nulla fosse, auspicando la fede dei semplici, che sono ovviamente i più numerosi. Peccato che la scienza sia per definizione il regno della conoscenza oggettiva e sperimentale e nulla abbia a che spartire con la fede e neppure con la fiducia che, casomai, va riposta nel medico e non certo nella medicina.

Ma chi si cura di esercitare il pensiero con questa piccola riflessione? Pochissimi. Tanto basta per crocifiggere la scienza, ormai moribonda per mano dei tele-virologi, a quello che sembra essere il suo peccato originale: pretendere la sperimentazione e la conoscenza oggettiva e universale. In tal modo, della vera scienza rimane solo la sua grottesca controfigura: quella di un sapere che, non potendo esibire fondamenti oggettivi, invoca la fede dei semplici per ragioni di pura sopravvivenza. Questa non è scienza. Potrei continuare, ma mi fermo qui. Per ora.