Quirinale: la cultura democratica che manca a sinistra

Silvio Berlusconi si è ritirato dalla corsa perché non aveva chance di diventare Capo dello Stato e la qual cosa ci dispiace un po’ ma solo perché ci sarebbe piaciuto da matti vedere la faccia paonazza di Marco Travaglio e le barricate di quelli che hanno la “Costituzione più bella del mondo” ma solo quando fa comodo a loro.

Agli atti resta la definizione che i cosiddetti democratici hanno dato della candidatura del Cavaliere: irricevibile. Un nome di alto profilo può non essere gradito (e nel caso di specie non stiamo parlando di Alvaro Vitali) ma definirlo irricevibile è indice di pastorizia costituzionale, di poraccitudine etica e di nanismo politico istituzionale. Per fortuna dell’Italia, il sipario su Silvio Berlusconi al Quirinale si è inesorabilmente chiuso e ce ne rallegriamo, perché altrimenti saremmo piombati nell’ennesima guerra civile in piena crisi pandemica ed economica, senza potercelo permettere.

Ma a questo punto l’affare si ingrossa: qualsiasi nome trapeli dagli ambienti del centrodestra trova una netta opposizione dall’altra parte della barricata, come se chiunque (dalla presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati all’ex presidente Marcello Pera, passando per Giulio Tremonti o Letizia Moratti) fosse una sciagura per l’umanità, un abominio, un affronto da rispedire al mittente. E questo non può che significare che a sinistra non c’è (in vero non c’è mai stata) una autentica cultura democratica ma una indisponibilità aprioristica a prendere in considerazione (è chiedere troppo?) chi non provenga dal loro mondo. Da Francesco Cossiga in poi, stanti i numeri in Parlamento, nessuno si è mai scomposto del fatto che il Capo dello Stato provenisse da quella parte. Nemmeno su Giorgio Napolitano (l’ex comunista che nottetempo impose Mario Monti a Palazzo Chigi) nessuno ha mai gridato allo scandalo tanto che – quando se ne crearono le condizioni – fu trovata addirittura la dovuta convergenza per la sua rielezione.

Visto che non uriniamo dal ginocchio e non pensiamo che Nostro Signore sia morto di freddo, sappiamo bene quanto a sinistra ci tengano ad avere un Presidente amico: prova ne sia il fatto che, tranne in qualche raro frangente, negli ultimi trent’anni si è sempre trovato il modo per accomodare una maggioranza alla quale partecipassero anche le forze progressiste pur essendo minoritarie alle elezioni. Parimenti, si è sempre trovato un modo per ostacolare le sacrosante pretese di un centrodestra uscito vincente (o a volte meno perdente degli atri) dalle urne: vedasi il caso citato poc’anzi del Governo Monti o la legittima aspirazione (negata al centrodestra) di provare a formare un Governo all’indomani delle ultime elezioni politiche, che avevano consegnato buoni numeri alla Camera e qualche speranza al Senato.

Che fino a oggi il giochetto dell’arbitro accomodante sia riuscito, non rende un semplice giochetto una prassi istituzionale o addirittura uno ius primae noctis sul Quirinale. Bisogna che la sinistra esca da questa spirale puerile di volersi portare via il pallone in caso di sconfitta e impari ad applicare quelle regole democratiche di cui tanto ciancia.