Sarebbe sin troppo facile esordire con una serie di battute da caserma sull’installazione esposta a questa Biennale di Venezia, formata da un gruppo di falli – presumo di plastica – sospesi a guisa di lampadario. O forse sarebbe proprio un lampadario. Sarebbe dunque un florilegio di ovvietà scontate, degne di un film con Alvaro Vitali. Pertanto non lo farò, ma voi mettetevi comodi a sedere, perché ci vuole un po’ di tempo per argomentare l’ormai infimo e squallido livello al quale è giunta l’arte contemporanea e… premesso che, come è noto a chiunque mi conosca, lo scrivente non è mai stato affetto da alcuna forma di puritanesimo bigotto né di sessuofobia… anzi… vado avanti con piglio d’artigliere.

La presunta opera d’arte esposta in uno dei padiglioni della Biennale di Venezia di quest’anno, in realtà, se voleva stupire, sconvolgere o anche soltanto provocare ha clamorosamente fallito il proprio scopo – e anche qua i doppi sensi si sprecano – perché tanto ormai l’“oggetto” in questione, il fallo, il membro maschile, è presente ovunque e soprattutto risulta invisibile in certe teste che si occupano di cultura persino nelle altissime sfere – altro sinonimo di “palle” – dell’italico Parlamento. Usarlo, quindi, nell’arte con la speranza di suscitare una qualsiasi forma di interesse è l’aspettativa delusa di un illuso. Eppure, voi mi direte, anche tu ne stai parlando. Eh sì, ma per far sapere a chi ancora non ne fosse a conoscenza, che dell’argomento la storia dell’arte in più di duemila anni è strabocchevole di esempi… per cui l’artista reputandosi e sopravvalutandosi geniale e soprattutto originale, in realtà, ha soltanto dimostrato di essere arrivato ultimo e ben presto anche dimenticato, perché con tale “strumento” ci hanno giocato praticamente tutti i suoi predecessori, trattandolo in ogni suo stato, fieramente eretto o quiescente in maniera languida.

Vorrei ricordare tra i tanti, un pregevole esempio di raffigurazione fallica che anticipa di qualche secolo quanto esposto alla Biennale, ma a differenza di quest’ultimo, conserva in sé la dirompente ed eterna forza della rappresentazione simbolica. Si tratta di un affresco risalente al XII secolo – dunque nel pieno di quel Medio Evo, cupo, sporco, ignorante e soprattutto sessuofobo – che si può ammirare a Massa Marittima, vicino a Grosseto, sulla parete della Fonte Nuova e che illustra un albero dell’abbondanza o della fertilità, nel quale al posto dei fiori e dei frutti, sui lunghi rami, esuberano grandi falli. Che sia esso un simbolo appunto della buona fortuna, della fertilità o dell’abbondanza poco importa alla fine, se non che appunto il tema era ben noto ai nostri antenati e nulla di nuovo oggi si è aggiunto a esso. Anzi, lo si è depauperato proprio di tutta quella sua aggettivazione simbolica e mitica che ne è il substrato essenziale. Certo, per i toscani del Millecento circa il significato di tale dipinto era palese quanto chiaro, politico o apotropaico che fosse… possiamo dire lo stesso del lampadario appeso a Venezia?

Si sappia che nelle chiese medievali esiste un’abbondanza di membri virili in bella mostra, ve ne sono nel Duomo di Trasacco, in provincia de L’Aquila (sì quella città dimenticata dopo il terremoto, mentre si pensa a ricostruire l’arte ucraina) o ancora a Todi, nella chiesa di San Fortunato e sempre nella mistica Umbria, nella chiesa di Santa Maria Novella, nella francescana cittadina di Gubbio. Insomma, nulla a che invidiare nella nostra arte a quella erotica dei templi indù.

Nell’arte romana, di falli ne troviamo quanti ne vogliamo, sia in encausti sia nei mosaici e prima di loro i greci e ancor prima le statue del dio Osiride in Egitto sono raffigurate con il suo membro eretto. In Giappone ancora oggi esistono delle feste che sono vere e proprie falloforie non troppo distanti dal culto di Dioniso e dal suo corteo di baccanti e satiri perennemente eccitati come Priapo. E allora? Arriva un artista concettuale con il suo mazzo di… membri di plastica e crede di sconvolgerci l’esistenza? Persino il Cristianesimo venera la reliquia del Santo Prepuzio diventato poi la corsa dei Ceri, sempre a Gubbio o presso gli ex voto offerti ai santi Cosma e Damiano.

Nella moda maschile del XVI secolo era comune l’“esibizione” della potenza virile con evidenti braghe sulle calzabrache del tempo. E allora? Dovremmo stupirci oggi? O dovrei ricordare loro la maiolica, sempre cinquecentesca, di Francesco Urbini che mostra un volto umano, arcimboldescamente formato da falli? Una vera e propria faccia da… schiaffi, come molte di quelle che circolano per questo sciamannato Paese che è il nostro. Leonardo da Vinci, Giulio Romano, Joseph Mallord William Turner, sino a Pablo Picasso e chi più ne ha – altro sottile doppio senso – ne metta, insomma tutti o quasi tutti, gli artisti si sono almeno una volta nella loro vita confrontati con il loro alter ego più nascosto.

Infine, potremmo andare avanti ancora “a lungo” su tale argomento, “enorme”, a volte sin troppo considerato quasi come misura di tutte le cose, pertanto ci accontenteremo di ricordare come, sempre a Venezia – il che forse potrebbe essere luogo d’ispirazione byroniana, vallo a sapere – durante la chiusura generale del 2020, in piazza San Marco apparve nottetempo una maestosa – per dimensioni – scultura raffigurante un membro virile eretto, indossante una mascherina e con didascalia bilingue in veneziano e in inglese, prestamente rimossa dalla Polizia locale. Evento quasi dadaista, che di certo ha avuto maggior significato di quello realizzato adesso nel padiglione della Biennale, ed è stato anche molto più goliardicamente divertente.

In conclusione, quindi, se L’origine del mondo di Gustave Coubert è quella che ben conosciamo e apprezziamo – no, non tutti, ma non è colpa mia – l’altra parte necessaria è “Il padre di tutti gli Dei e degli Uomini”. Lasciamoli dunque insieme nell’arte lungo i secoli e nella vita, perché essa continui dandoci piacere e gioia.