Ordinamento giudiziario, la riforma è poco meglio di niente

È giunta in Parlamento la riforma dell’ordinamento giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura voluta dalla guardasigilli Marta Cartabia. La riforma ha un orizzonte ampio ma, nel complesso, esibisce un carattere compromissorio che, in modo solo parzialmente sorprendente, può metterne a rischio l’approvazione. Il compromesso, infatti, ha alienato il consenso di alcuni (e opposti) settori della maggioranza, vuoi perché c’è chi ha reputato la proposta di riforma talmente debole da risultare “inutile”, e vuoi perché c’è chi ha avvertito le sirene della diametralmente contraria lettura promossa dalle organizzazioni di categoria in magistratura.

La riforma è oggettivamente debole: non tanto per la qualità dei suoi contenuti (molti dei quali, di per sé considerati, sono assai rilevanti), quanto piuttosto perché essi appaiono sproporzionati per difetto rispetto ai problemi che affliggono, dall’interno e dall’esterno, l’ordine giudiziario in questo momento storico. Per di più, la mancata apposizione della questione di fiducia da parte del Governo rischia di indebolire, nei tormentati passaggi parlamentari, il testo della proposta formulato dalla ministra (alla quale va comunque dato atto di aver probabilmente ottenuto il massimo possibile, visto il contesto di maggioranza molto eterogeneo e, per questo, complesso da gestire).

Purtroppo questa scelta dell’Esecutivo, lungi dal costituire un apprezzabile freno al malcostume dell’abuso della fiducia (che, infatti, potrebbe essere presto apposta addirittura su una legge delega quale quella ad oggetto la riforma fiscale!), è prova del rifiuto di investire capitale politico nelle questioni che interessano la giustizia, così delicate e difficili. E, in questo atteggiamento, il Governo non è solo. I referendum sulla giustizia, che pure sono stati meritoriamente promossi da alcune forze politiche, sono scomparsi dall’agenda e paiono, per questo, destinati a infrangersi contro il muro del quorum il prossimo giugno. Un atteggiamento di una tale miopia lascia sconcertati dal momento che, ancor più del successo dei quesiti referendari in sé, sarebbe stata la partecipazione popolare a costituire la spinta necessaria ad affrontare con decisione i problemi sul tavolo.

Se, come sembra, i partiti che proclamano di avere a cuore una giustizia “giusta” (cioè conforme ai principi e alle direttive costituzionali) non si decideranno a promuovere la mobilitazione per il voto ai referendum, che almeno si impegnino per l’approvazione della riforma Cartabia. È poco, ma è sempre meglio di niente.

(*) Forlin fellow Istituto Bruno Leoni