Il cognome paterno

È Aristotele a notare come, per ragioni di stretta giustizia, se casi eguali vanno trattati in modo eguale, casi diseguali vanno invece trattati in modo diverso, attribuendo a ciascuno il “suo”, ciò che gli spetta personalmente e non ciò che potrebbe spettare ad altri. Alla luce di questa indubitabile premessa teoretica, va letta la recente sentenza con cui la Corte costituzionale ha abolito l’automatismo della registrazione del cognome paterno negli atti di nascita, inaugurando una disciplina diversa: il neonato, infatti, verrà registrato con entrambi i cognomi – paterno e materno – nell’ordine stabilito dai genitori e sarà comunque possibile usare un solo cognome – paterno o materno – previo il loro accordo. E ciò, precisa la Consulta, per rispetto del principio di uguaglianza fra uomini e donne, evitando ogni patriarcale discriminazione a favore di quelli contro di queste.

Temo, tuttavia, che la Corte abbia preso un abbaglio. Qui, infatti, non si tratta di paragonare gli uomini alle donne, perché, da questo punto di vista, tutti godono della medesima dignità umana e sociale e vantano gli stessi diritti. Qui invece si tratta di cogliere la specifica differenza dei ruoli familiari che uomini e donne sono chiamati a interpretare, paterno e materno. Tutti infatti capiscono che i due ruoli sono differenti ma complementari e che l’uno acquista senso e compiutezza a partire dall’altro: essi, amando, non sono equivalenti.

Il ruolo materno implica un legame viscerale, biologico col nascituro, destinato a esprimersi in specialissime cura e dedizione interamente votate al più arduo e al più importante dei compiti: propiziare la formazione di un nuovo essere umano, favorirne lo sviluppo psicologico, linguistico, intellettivo, sapendone leggere le reazioni e indirizzandole verso stimoli sempre nuovi e determinanti per come egli saprà abitare il mondo. Un ruolo insostituibile e affascinante.

Il ruolo paterno, invece, esprimendosi, come oltre un secolo di analisi del profondo ha chiarito, su di un piano eminentemente relazionale e sociale, implica un rapporto col figlio capace di sprigionarne le potenzialità conoscitive del mondo, di misurarsi con difficoltà crescenti senza la paura di doverle affrontare anche in caso di fallimenti, di saggiare come, al di là del dualismo materno di sapore protettivo e inclusivo, esista un intero universo che attende soltanto di essere esplorato. Un ruolo altrettanto insostituibile e affascinante.

Tuttavia il padre, al contrario della madre, non godendo di alcun rapporto biologico immediato col figlio, ha un solo modo di annunciare socialmente la paternità: il cognome che, imposto al figlio, ne sigilla pubblicamente il ruolo familiare. Ecco perché la funzione svolta dal cognome paterno non è assimilabile a quella svolta dal cognome materno, che nulla aggiunge alla maternità ch’essa già non abbia fin da principio. Qui l’errore della Consulta: i cognomi, come i ruoli, non sono equivalenti.

(*) Tratto da La Sicilia