Conversando col nemico

Giuseppe Brindisi, di Rete 4, ha fatto bene o male a intervistare il ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergej Lavrov? Se questa è la domanda che ha animato il dibattito politico italiano negli ultimi giorni, vuol dire che abbiamo smarrito la bussola della ragione. O forse no. Probabilmente questo tempo di eclissi del buonsenso ci pone al cospetto delle nostre più remote angosce, ma ci sta anche aiutando a disvelare l’intima natura delle nostre classi dirigenti. Quando Enrico Letta scrive sui social che l’intervista è stata un’onta per l’Italia, dobbiamo ringraziarlo perché le sue parole appongono il sigillo dell’autenticità alle certezze che abbiamo sempre avuto sulla vocazione illiberale della sinistra. È un déjà vu: i comunisti di oggi, che pretendono di tappare la bocca a chi osi dare spazio alle tesi del nemico, sono della stessa materia di cui erano fatti i comunisti di ieri che riducevano al silenzio chi, a sinistra, criticava gli interventi repressivi sovietici dentro e fuori dei confini dell’Urss. Si obietterà: la storia di Enrico Letta non ha nulla a che fare con il vecchio Partito Comunista. Non è propriamente così. Letta appartiene alla “razza padrona”, allevata nel laboratorio del cattolicesimo dossettiano, che ha usato la Democrazia Cristiana come un taxi per farsi scarrozzare all’interno del potere ma che ha sempre pensato alla sinistra come sua terra d’elezione. Il cattolicesimo dossettiano è la costola che il Dio dei comunisti ha strappato al corpo piagato del popolarismo di matrice sturziana per creare il Partito Democratico. Letta ha dato ampia dimostrazione che professare la libertà d’espressione sia solo un esercizio di stile, svuotato di contenuto. Nel solco del progressismo ideologico, per il capo dei “dem” la libertà di parola è data quando sia conforme all’idea di Bene, impersonato nel contesto italiano dalla “Chiesa” della sinistra dogmatica.

Nella cosmogonia dell’odierna sinistra Sergej Lavrov incarna il Male. E al nemico del “Bene” non si concede la parola, né si offrono pulpiti o palcoscenici dai quali illustrare la visione tenebrosa del mondo. La circostanza che un’emittente privata italiana abbia violato la consegna del silenzio sulle ragioni del nemico, per Enrico Letta e i suoi rappresenta una macchia indelebile sull’onorabilità del Paese. Siamo alla follia: in nome della libertà dai censori si censura. Siamo all’onanismo mentale del dilemma: essere o non essere tolleranti con gli intolleranti? Ma è un bene che queste cose le si scriva, per informare i lettori perché sappiano con che razza d’ipocriti hanno a che fare. Libertà d’espressione, libertà di pensiero, libertà di stampa? Per la sinistra è materiale di propaganda a uso ingannevole, che tuttavia deve essere tenuto a bada, governato col pugno di ferro – da qui l’occupazione militare della Rai, delle principali testate giornalistiche e dei canali televisivi a diffusione nazionale da parte della sinistra – e da neutralizzare quando metta in pericolo l’unica narrazione autorizzata: quella che l’esercito del Bene scrive per legittimare se stesso al potere. Noi, che stiamo dell’altra parte del mondo, invece, non possiamo che complimentarci per lo scoop messo a segno da Giuseppe Brindisi. Che sia stato lui a convincere il potente personaggio russo a rilasciare l’intervista o che, invece, sia stato Lavrov a studiare a tavolino l’incursione in un media occidentale di non primaria grandezza internazionale, conta poco. Ciò che vale è il risultato.

L’intervista non è stata in stile tappetino, come una parte dei media ha sentenziato. Premesso che un confronto giornalistico con uno dei protagonisti della scena globale può avere luogo soltanto sulle base di regole d’ingaggio che l’intervistatore deve preventivamente accettare, l’esito è stato più che soddisfacente. Eppure, Brindisi è stato accusato di scarsa aggressività nei confronti dell’interlocutore. Ma chi lo è stato prima di lui in circostanze analoghe? Oriana Fallaci, quando mise in fuga l’ayatollah Khomeynī. Ma erano altri tempi e altri contesti. Quando, nel 1991, Bruno Vespa intervistò Saddam Hussein non è che gli saltò alla gola. Piuttosto, gli diede l’opportunità di esporre le proprie idee e di esporsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. Perché, in certe interviste ai “grandi” del pianeta, l’obiettivo da cogliere non è quello di farli cadere in contraddizione, cosa quasi mai possibile per il fatto che non sarebbero “grandi” se si facessero incastrare da un giornalista, ma di farli parlare, di rappresentarsi. Ed è ciò che ha fatto Brindisi l’altra sera.

Sulla questione poi del contenuto dell’intervista, navighiamo controcorrente. Qualcuno, preoccupato di assolvere Giuseppe Brindisi, ci ha messo una toppa che è peggiore del buco. La tesi è stata: brava Rete 4 che ha permesso di ascoltare dalla fonte diretta le deliranti idee che i russi hanno sulla vicenda ucraina. Ma l’hanno seguita la trasmissione? Hanno udito tutto ciò che Lavrov ha detto? A parte lo scivolone rimediato al tredicesimo minuto dell’intervista, durata quarantadue minuti, su Hitler ebreo e sugli ebrei che sarebbero i principali responsabili dell’antisemitismouna castroneria inaudita – per il resto il ministro degli Esteri russo ha messo in chiaro la posizione di Mosca sull’Ucraina, dando sistemazione alla concatenazione logica degli eventi finora succedutisi. Ora, si può essere contrari al progetto russo e si ha il diritto di contrastarlo con ogni mezzo. Quello che non si può dire è che sia un delirio, un’oscenità. La politica estera, in pace come in guerra, si compone di strategie non influenzabili dalla morale e dai sentimentalismi dell’umano. Insultare il nemico indebolisce, non rafforza, le proprie ragioni. Si vuole contrastare il racconto offerto da Lavrov? Si lasci da parte l’indignazione da vergini violate e si vada dritto al sodo.

Lavrov sostiene che la Russia abbia perseguito negli anni una politica di pacificazione con gli Stati Uniti, proponendo la ripresa di negoziati per bloccare la proliferazione nucleare, ma che siano state le Amministrazioni di Washington a stracciare gli accordi in essere dai tempi del Trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) siglato a Washington l’8 dicembre 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov e a rigettare la proposta avanzata da Vladimir Putin tre anni orsono di dare vita a un summit delle cinque potenze cha hanno un seggio permanente all’Onu sulla riduzione degli arsenali nucleari. Vero o falso? Lavrov dice di aver ripetutamente avvertito i Paesi occidentali che un allargamento della Nato a Est sarebbe stato interpretato da Mosca come una minaccia alla sicurezza della Federazione Russa, ma che i Paesi interpellati abbiano risposto, con modi sgradevoli, che ogni nazione è libera di stare con chi vuole. Vero o falso? Lavrov ha detto di aver discusso direttamente con Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, la situazione nell’Africa settentrionale e che questi gli avrebbe risposto a muso duro: l’Africa è affare dell’Europa e della Francia, statene fuori. Vero o falso? Lavrov sostiene che la decisione d’intervenire in Ucraina è giunta solo dopo che, per anni, i governi di Kiev si sono rifiutati d’implementare gli accordi di Minsk? Vero o falso. Sulla denazificazione, Lavrov ha spiegato che il discorso non si limita al battaglione ucraino Azov, presso cui la mitologia ariana è palesata, nella declinazione nazista, dai simboli apposti alle uniformi. Esisterebbe un humus favorevole all’identificazione della causa ucraina con l’aspirazione all’integrazione nel mito del Terzo Reich millenario. Per Lavrov la prova starebbe nella pulizia etnica perseguita dalle autorità ucraine ai danni della cultura, della lingua e delle tradizioni russe radicate da secoli nel contesto ucraino. Vero o falso?

Ora, si può tranquillamente fare a meno di verificare le contestazioni fatte dal nemico a giustificazione del proprio operato. Si può benissimo ignorare il dialogo e decidere di usare le maniere forti. L’importante, per essere credibili, è che non si accampino pretesti per dare una parvenza di superiorità morale ai propri progetti. Già, perché fin quando l’Occidente non risponderà con argomenti inoppugnabili alle obiezioni di Lavrov, i suoi pretesti varranno esattamente quanto quelli occidentali. E non saranno le inarcate di sopracciglio per le cose ascoltate a fare la differenza. Giuseppe Brindisi e Rete 4 hanno offerto una grande prova di giornalismo. Per qualcun altro hanno commesso un peccato capitale: mettere l’opinione pubblica di fronte a qualcosa che non è pronta a capire. É la solita sinistra, che proprio non ce la fa a fidarsi della gente. E perciò brama per il popolo la migliore delle libertà desiderabili: quella condizionata.