Si è svolta mercoledì scorso a Roma, nella prestigiosa sede di Confedilizia, la presentazione del libro “Quadrante Occidentale” di Renato Cristin, professore di Ermeneutica filosofica all’Università di Trieste. Dopo il saluto introduttivo del presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, sono intervenuti: Corrado Sforza Fogliani (presidente del Centro studi Confedilizia), Daniele Capezzone (commentatore politico) e Andrea Mancia (direttore de L’Opinione delle Libertà). Ha concluso il convegno l’autore del libro, Renato Cristin. Grazie a Radio Radicale, è possibile assistere al video integrale dell’evento (qui sotto). E grazie all’autore, L’Opinione è in grado di pubblicare un estratto del primo capitolo del libro.

L’Occidente sta attraversando da molto tempo una crisi di legittimità, una crisi strisciante che talvolta si fa stridente, come nella circostanza attuale. La questione è incistata nelle nostre società e si ramifica in tutte le loro articolazioni. Ai risvolti strategici di segno militare ed economico fanno infatti ala questioni politiche in senso più o meno specifico, come pure questioni culturali e morali, non meno strategiche anche se collocate su un piano non materiale e tuttavia non meno sensibile per la vita delle persone.

Restringendo ora di molto la visuale, il settore specifico a cui applichiamo questa crisi di legittimità riguarda i concetti di liberalismo e di conservatorismo, considerati qui come sigle che designano contenuti e, soprattutto, come contenuti che non si esauriscono nelle sigle. Il cuore del problema (e del destino) occidentale risiede oggi nella visione che i conservatori e i liberali sono in grado di dispiegare, e quindi nel rapporto che può svilupparsi fra essi. A partire da qui, questo libro si snoda su un doppio filo: da un lato il pensiero liberale e quello conservatore, e la tesi dell’urgenza della loro congiunzione; dall’altro il pensiero filosofico in senso specifico e la tesi della necessità di ritornare a Platone. I due fili si stringono insieme attorno al tema dell’Occidente e alla tesi che esso sia il punto di riferimento e l’orizzonte insuperabile della nostra esistenza storica. Quindi, l’antiprogressismo di questo liberalconservatorismo non costituisce un regresso, un ritorno indietro dalla modernità, bensì un suo superamento proiettivo, l’indispensabile piano per criticarla, ripensarla ed emendarla con il fine di rigenerare l’Occidente a partire dalla sua tradizione e dalla sua identità, nella quale anche la modernità stessa ha il proprio rilevante posto. Il ritorno a Platone è un balzo in avanti, un obiettivo non solo filosofico ma anche culturale e, quindi, politico-sociale che consente di superare il nihilismo a cui l’Occidente è approdato e che è una delle maggiori cause della sua crisi.

L’era della globalizzazione ha modificato non solo molti orientamenti della moderna filosofia della storia, ma anche assetti geopolitici contemporanei che si erano consolidati da oltre un secolo. L’epoca attuale infatti mostra che i rapporti di forza fra le grandi potenze hanno subìto trasformazioni rilevanti e, soprattutto, che molti schemi relazionali consueti sono stati stravolti. Non tutti gli assetti novecenteschi si sono però modificati. Tra le invarianti della modernità, l’Occidente, preso nel suo insieme, ha conservato il primato economico, militare e culturale. Ma, poiché esso è appunto un insieme di nazioni, prese nella loro singolarità nessuna di esse, tranne gli Stati Uniti, può competere alla pari sul piano economico e soprattutto militare con le altre due superpotenze oggi in campo: Cina e Russia.

Tuttavia, poiché Occidente esprime anche un contenuto spirituale e culturale unitario (unità delle diversità) che, fatta eccezione per il Giappone, che pure nell’Occidente geopolitico è inserito, proviene da una comune origine, questo termine designa una comunità di destino che, nonostante tutti gli sforzi autolesionistici di alcuni suoi settori, resiste, o meglio può resistere a tensioni centrifughe o a fratture interne. Ed è su queste fondamenta che si reggono i due assunti generali di questo libro: che chi controlla l’Occidente può controllare il mondo; e che l’origine dell’Occidente possa ancora agire, attraverso vie molteplici e non sempre visibili, per determinarne il futuro rispondendo ancora una volta alla domanda di senso che ha caratterizzato l’origine stessa e il suo intero percorso storico.

Il quadrante occidentale è, ripeto, l’epicentro della storia universale, non solo perché dall’origine greco-romana, passando per i grandi secoli del medioevo e della modernità e arrivando appunto al Ventesimo, è stato il motore della dinamica mondiale, ma anche perché continua a essere al centro di tutte le manovre, grandi o piccole, che altre aree e altri Paesi diventati o aspiranti potenze compiono sullo scenario globale. In questo spazio decisivo per il destino dell’umanità spiccano due concetti in particolare che, insieme a quella caratteristica fondamentale della mente europea costituita dalla tecnica, lo differenziano dagli altri: libertà e verità, che non sono solo due nozioni, ma anche due fenomeni storici, due campi d’esperienza storicamente uniti da una finalità che incarna il telos dell’identità occidentale. Il fatto che questa identità sia oggi minacciata e compromessa non implica che essa sia scomparsa né che non abbia più la forza di agire e, dinanzi alle intimidazioni, reagire. E quindi i due concetti guida sono tutt’ora attivi e in grado di produrre ciò che i concetti incarnati nella storia generano: cioè il senso. Libertà e verità hanno dunque vita nella misura in cui possiedono e producono senso.

In queste pagine, l’estensione oceanica dei due termini viene, fenomenologicamente, ridotta fino all’essenza e fino a restringerne il campo teoretico e quello pratico alle dimensioni, rispettivamente, della filosofia e della politica. E, all’interno di questa riduzione generica, libertà e verità vengono interpretate come indicatori di due ambiti specifici che costituiscono non solo la cornice tematica di questo libro, ma pure il principale orizzonte spirituale dell’Occidente, almeno del suo presente: liberalismo e conservatorismo.

Se esistono teorie che riguardano entrambi, se esistono partiti politici che si riferiscono all’uno o all’altro e in qualche caso a entrambi, a cosa serve una filosofia del liberalismo conservatore ovvero del conservatorismo liberale? Serve appunto a sezionarli con la spada filosofica, a osservarli con uno sguardo critico che, in questo caso, mira a valorizzarli e a reperire elementi che possono essere utili a un loro rafforzamento sul terreno pratico, politico e culturale, e che di certo sono necessari per comprendere la situazione spirituale dell’Occidente, individuarne le patologie ed elaborare una terapia. L’espressione filosofia del liberalconservatorismo indica una specifica interpretazione dell’ambito tematico costituito da liberalismo e conservatorismo, e marca una differenza rispetto ad altre impostazioni del problema, storiografiche o analitiche. E poiché, in questa interpretazione filosofica, libertà e verità costituiscono l’essenza di liberalismo e conservatorismo, è ad esse che l’intero discorso fa riferimento. E l’unione fra liberalismo e conservatorismo qui passa attraverso, horribile dictu, Platone.

Libertà e verità nascono, quanto alla loro forma e al loro senso, nella filosofia e di conseguenza in Europa. Ma se la crescita dell’Europa istituzionale – intesa come Unione Europea con tutte le sue stratificazioni strutturali –, sul piano dell’organizzazione, della regolamentazione e dell’operatività, è non solo ciclopica ma anche capillare, il suo respiro culturale si è fatto invece asfittico, il suo terreno spirituale si è ristretto in misura proporzionalmente inversa, fino a diventare una lontana e sempre più sbiadita premessa, dimenticata perché ritenuta non più strettamente funzionale oppure acquisita e ormai inerte. L’accrescimento istituzionale e la contrazione spirituale procedono di pari passo: tanto più si estende la mentalità burocratica, che sta a fondamento della crescita abnorme dell’Europa istituzionale, tanto più si comprime l’anima vitale, che sta alla base dell’Europa come tradizione, come insieme di culture, popoli e nazioni. E questo schema vale anche, sostanzialmente, per gli Stati Uniti. Dilatazione estrema e restringimento forzato sono i due aspetti principali del tempo occidentale presente e due gravi patologie che affliggono la nostra civiltà. L’Europa è una singolarità che contiene in sé una pluralità; si è formata come aggregazione di identità diverse che hanno potuto trovare alcuni punti di convergenza, perché tali punti erano già presenti nelle singole identità che si sono via via unite nell’idea e nella realtà dell’Europa. La tesi ormai diventata espressione comune, secondo cui l’Europa è un’identità in sé plurale, ha un fondamento effettivo e dice qualcosa che spesso però non viene preso in considerazione: quell’identità non è riducibile ad unum e non è trasformabile in altro. Sulle implicazioni, vastissime e pesantissime, di questa duplice caratteristica di irriducibilità e di inalterabilità dello spirito europeo come spazio identitario mi soffermerò più avanti nel testo, ma è evidente che, una volta assunta, questa tesi determina ogni analisi e ogni riflessione che, in questo contesto orientato, può essere sviluppata.

Occorre riarmonizzare il nome Europa e la cosa Europa, oggi scissi da un pragmatismo nihilista che ha stravolto la cosa sequestrandone il nome. L’Europa è spaccata in due; in due settori non territoriali ma culturali, in due frazioni che in realtà sono due fazioni: divisa in un modo che ricorda, sia pure solo per alcuni aspetti essenziali, la separazione all’epoca della Guerra fredda, con la differenza che allora si trattava di una divisione reale, geografica e non solo ideologica, e che quella frattura implicava una separazione fra due sistemi economico-sociali incompatibili. La scissione attuale invece è quasi impercettibile ma non meno tagliente; non divide due sistemi economici ma separa una dimensione di libertà da un quadro di assoggettamento, molto diverso da quello simbolizzato dalla cortina di ferro ma pur sempre, sebbene in modo dissimulato, di tendenza totalitaria.

Accanto alla separazione fra un’Europa formale e un’Europa vitale, che manifesta la differenza fra una struttura sostanzialmente amministrativo-legale e una essenzialmente storico-culturale, osserviamo una divisione fra linee di forza teoriche che possiedono una struttura concettuale identificabile nella loro ascendenza, nei loro atti immanenti e nelle loro implicazioni future: da un lato l’Europa ancorata allo spirito giacobino, al socialismo ottocentesco, al marxismo nelle sue metamorfosi novecentesche, alle correnti culturali sovversive legate al movimento sessantottino, al terzomondismo e alla colpevolizzazione dell’identità occidentale, al progressismo e all’ideologia dei diritti umani, all’eliminazione delle nazioni, alla cancellazione della tradizione e alla soppressione identitaria, alla predominanza dello Stato sulla persona e della burocrazia sulla libertà; dall’altro lato l’Europa animata dallo spirito del conservatorismo e del liberalismo classico, dalla cura per la tradizione ebraico-cristiana, dalla cultura della continuità storica e dalle sue versioni politiche, dalla difesa delle nazioni, dal rifiuto del totalitarismo e del collettivismo, dall’opposizione al neototalitarismo comunista in salsa progressista e politicamente corretta, dalla reazione alla sovversione culturale e ai suoi supporti teorici, dalla valorizzazione dell’individuo nell’orizzonte organico della comunità, da una difesa della libertà non rovinosamente (ideologicamente) egualitarista ma virtuosamente (spiritualmente) meritocratica.

Ma a questa divisione teorica, culturale e valoriale, applicabile anche agli Stati Uniti, non corrisponde una rispettiva identica separazione sul piano parlamentare europeo. L’area che per rapidità definisco giacobina infatti è alleata con l’area democristiana, in una difficile commistione che talvolta si incrina ma non esplode, perché sorretta sia da una volontà di potere che supera le forti differenze fra le due anime, sia da un pragmatismo radicale che unisce ciò che in teoria non è unibile: Bruxelles val bene una messa, dicono oggi a sinistra; Bruxelles vale bene un gay pride, dicono al centro. Quest’area forma dunque qualcosa come un centrosinistra europeo.

Dall’altra parte l’area, detto per brevità, tradizionalista o identitaria, che fronteggia da una posizione minoritaria il blocco progressista, mostra una dinamica esattamente inversa: è coesa, pur con inevitabili sfumature, dal punto di vista di princìpi e valori, ma è divisa sul piano partitico-parlamentare, collocandosi per la sua maggior parte sui banchi di destra e per una parte comunque consistente su quelli centrali, ovvero del Partito Popolare Europeo, il quale governa però con la sinistra ovvero con il Partito Socialista Europeo.

Dal punto di vista politico operativo, la situazione oggi è bloccata, divisa cioè in blocchi. Divisione sommaria, ovviamente grezza nella grana politica, ma precisa dal punto di vista ermeneutico: due parti in conflitto, in sé non strettamente omogenee ma sufficientemente motivate da restare coese nonostante le differenze interne. La rappresentazione politica e la correlata rappresentanza parlamentare si sono polarizzate e hanno ingaggiato una guerra, non cruenta ma non tanto dissimile dalle grandi guerre del passato quanto a determinazione e ferocia. Un’Europa divisa in questo modo così radicale e brutale è un’Europa non solo lacerata, ma anche debole, perché la maggioranza che la governa opera sempre nel compromesso e spesso sotto pressioni reciproche.

La circostanza attuale ci dice che il blocco progressista riesce a tenere le redini di se stesso e quindi delle istituzioni, del potere legislativo ed esecutivo, ma a prezzo di molte frizioni sul terreno dei princìpi; invece il blocco tradizionalista non avrebbe eccessiva difficoltà a unirsi sul piano delle idee, ma non riesce a superare l’ostacolo sul piano pragmatico, perché troppo spesso lacerato da obiettivi diversi, a volte divergenti e immediati, di corto raggio. La necessità che la sfera tradizionalista superi la divisione organizzativa è evidente, se vuole sfidare l’antagonista non in condizioni di palese inferiorità come accade ora. Ma per avere una reale possibilità di vittoria essa deve saldarsi con quella parte del centrosinistra che non si riconosce nella sinistra e che, dunque, ha molti più valori in comune con l’area tradizionalista.

Quest’ultima è animata infatti sia dalle classiche idee conservatrici, patriottiche, sovraniste e identitarie, sia da idee liberali anti-comuniste, anti-socialiste e anti-progressiste. Ma poiché finora è rimasta minoritaria elettoralmente, occorre realizzare un nuovo blocco, che rinnovi ed estenda l’attuale, che includa anche una parte del PPE ovvero quelle forze politiche democristiane, il cui elettorato è tendenzialmente e tradizionalmente conservatore, che oggi per convenienza si collocano a centrosinistra. L’unione tra liberalismo e conservatorismo produrrebbe la coalizione che oggi non c’è e di cui si sente la mancanza: il centrodestra europeo.

Da qui l’esigenza che conservatori e liberali si uniscano per conquistare la maggioranza al Parlamento europeo e in quanti più possibili Stati nazionali, allo scopo di impostare una piattaforma operativa che, sul piano dell’identità culturale, inverta la traiettoria nihilista attualmente seguita dall’UE, e che, sul piano geopolitico, superi le ambiguità delle attuali maggioranze di centrosinistra e rilanci con un patto di ferro l’alleanza con gli Stati Uniti (e con Israele) in tutti gli ambiti strategici (da quello economico a quello militare) e su tutti i fronti di confronto o di conflitto con le altre potenze globali o regionali. Per questa via, assodato che la guida dell’Occidente è, oggi come nel Novecento, la questione centrale, si arriva a quel rafforzamento del quadrante che è al tempo stesso culturale e politico, perché esprime legittimazione spirituale e legalità istituzionale.