Governo Draghi: gli italiani e le braghe di tela

Per il Governo italiano la guerra russo-ucraina rappresenta una potentissima arma di distrazione di massa. Tattica originale per nascondere i guai di casa propria, ma non funziona. Gli italiani sono sovrastati dalle difficoltà che incontrano per tirare a campare e non è facendo gli splendidi, per esempio con la consegna all’Onu di un piano di pace per l’Ucraina made in Italy, che i problemi reali possano trovare adeguata soluzione. Mario Draghi vuole obbedire all’Europa, che impone di aprire alla concorrenza tutte le attività commerciali e professionali nel settore dei servizi, perché teme il blocco dei finanziamenti previsti dal Recovery Plan. La destra, invece, ha mantenuto una posizione alquanto cauta sull’argomento ben consapevole del fatto che l’apertura indiscriminata del mercato, in determinati settori economici, possa danneggiare oltremisura i comparti del terziario oggi strutturati sull’impegno, il coraggio e la passione dei micro e piccoli imprenditori.

Il simbolo di questa italianità, posta ad arginare i contraccolpi negativi della normativa sulla liberalizzazione dei servizi nel mercato interno dell’Unione europea, originata da una Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 dicembre 2006 (Direttiva n. 2006/123/Ce) meglio nota come “Direttiva Bolkestein”, sono i titolari degli stabilimenti balneari. La categoria è formata da 6.823 imprese assegnatarie di 150mila concessioni demaniali marittime, per una copertura della costa stimata in 7.500 chilometri di spiagge. Il comparto occupa circa 100mila addetti (fonte: Federbalneari). Il provvedimento, che il premier Draghi intende fare approvare dal Parlamento entro il prossimo 31 maggio, contiene un emendamento al Ddl Concorrenza, destinato a rivoluzionare il regime delle concessioni delle aree demaniali ai balneari. Stop alle proroghe per le concessioni pubbliche di lunghissima durata; via libera alle assegnazioni attraverso affidamento sulla base di procedure a evidenza pubblica.

Tradotto, significa metterle all’asta al miglior offerente. Che, in linea di principio, non sarebbe un male se il nuovo sistema non si scontrasse con due aspetti socio-economici particolarmente sensibili. In primo luogo, l’apertura del comparto dei balneari alle grandi imprese straniere, più dotate finanziariamente e quindi in grado di battere la concorrenza, provocherà la cancellazione non solo di piccole realtà imprenditoriali locali, da sempre spina dorsale dell’economia nazionale, ma ci porterà via un pezzo della storia e del costume italiani. C’è stata un’Italia che, per generazioni, si è costruita anche sulle passerelle e sotto gli ombrelloni degli stabilimenti balneari a conduzione familiare. In secondo luogo, per i concessionari che nei 5 anni precedenti hanno utilizzato lo stabilimento balneare come principale fonte di reddito sono previsti indennizzi per le migliorie apportate. Ma chi assicura che quegli indennizzi saranno congrui? Come si fa a monetizzare la cura e la passione che l’imprenditore e la sua famiglia hanno profuso in anni di attività?

Il centrodestra (da Fratelli d’Italia alla Lega passando per Forza Italia) ha cercato, non a torto, di difendere un mondo che è parte del suo blocco sociale di riferimento. Ma Mario Draghi non glielo ha permesso. Irritato dal tentativo dei capigruppo al Senato di Forza Italia e Lega, Annamaria Bernini e Massimiliano Romeo, di comprare tempo chiedendo ulteriori approfondimenti sul tema delle concessioni balneari, con un coup de théâtre il premier ha convocato d’urgenza un Consiglio dei ministri. In soli otto minuti ha notificato ai presenti il suo diktat: o si chiude subito con un accordo o sul testo che va al voto in aula verrà posta la fiducia. Per Draghi, è in gioco il futuro del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza). Ora, se avessimo una classe politica con un minimo di spina dorsale e se il Parlamento non fosse ostaggio dei bivacchi degli ingannatori a Cinque stelle, la risposta più saggia da dare al premier sarebbe: caro Mario, ci hai stufato, adesso a casa ti ci mandiamo noi.

Ma siamo alle solite, partiti ridotti a cani che abbaiano ma non mordono. E neanche sanno leggere i testi di legge che sono chiamati ad approvare a capo chino. Già, perché sul Ddl Concorrenza si è fatto un gran parlare dei balneari come se la cosa riguardasse una minoranza di fautori di anacronistici privilegi corporativi e come se la normativa di riferimento non fosse già stata adeguata in modo stringente alle richieste della Commissione europea con l’approvazione della Legge 15 dicembre 2011, n. 217 che reca “Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee - Legge comunitaria 2010”. L’articolo 11 contiene tutte le disposizioni per introdurre elementi di trasparenza, imparzialità e proporzionalità nel nuovo regime concessorio delle aree destinate alle attività d’impresa turistico-balneare-ricreativa. Tuttavia, i Governi che si sono succeduti in questi anni hanno sostanzialmente disatteso la legge del 2011, aggirandola mediante il ricorso a un sistema normativo transitorio basato su un regime di proroga particolarmente favorevole ai concessionari uscenti. Dal 2024 il litorale italiano andrà a gara. Triste, ma c’è altro di cui preoccuparsi, non soltanto dei 100mila lavoratori del comparto balneare a rischio.

L’articolo 3 del testo all’esame delle Commissioni del Senato fa riferimento alle “aree demaniali e le banchine comprese nell’ambito portuale alle imprese di cui all’articolo 16, comma 3, per l’espletamento delle operazioni portuali, fatta salva l’utilizzazione degli immobili da parte di amministrazioni pubbliche per lo svolgimento di funzioni attinenti ad attività marittime e portuali. È, altresì, sottoposta a concessione da parte dell’Autorità di sistema portuale, e laddove non istituita, dall’autorità marittima, la realizzazione e la gestione di opere attinenti alle attività marittime e portuali collocate a mare nell’ambito degli specchi acquei esterni alle difese foranee anch’essi da considerarsi a tal fine ambito portuale, purché interessati dal traffico portuale e dalla prestazione dei servizi portuali anche per la realizzazione di impianti destinati a operazioni di imbarco e sbarco rispondenti alle funzioni proprie dello scalo marittimo”.

Si tratta di mettere in discussione gli insediamenti della cantieristica italiana che ha un enorme indotto e alla quale non basta il palliativo offerto dal Governo, per le sole concessioni già assentite all’entrata in vigore della legge, di lasciare invariati i canoni stabiliti dalla competente Autorità portuale di sistema fino alla scadenza del titolo concessorio. L’opinione pubblica è spinta, dalla carente informazione dei media, ad associare nell’immaginario collettivo il settore della cantieristica alla presenza di Fincantieri. Non è così.

Esiste un mondo di piccole imprese che, forti di una concessione demaniale per attività di bacino e carenaggio, operano nel settore delle riparazioni navali con straordinari risultati. Costringerle ad andare all’asta periodicamente sulle concessioni demaniali per assicurarsi la continuità lavorativa, alla lunga ne annichilirebbe la propensione agli investimenti condannandole a perdere competitività. Può l’Italia permettersi di dismettere un patrimonio industriale tra i più qualificati al mondo? Stesso dicasi per le aree di stoccaggio e deposito intra-portuali. I piccoli imprenditori che beneficiano di concessioni per superfici ridotte verrebbero fagocitati dai giganti dello shipping per lo più cinesi, che sono divoratori di suoli in prossimità dagli scali marittimi da trasformare in depositi temporanei di container. Se fate la somma di tutte le imprese e connessi posti di lavoro che sono a rischio vi renderete conto che non è solo dei bagnini, pur simpatici e cari ai nostri ricordi infantili, che dobbiamo preoccuparci.

La destra d’opposizione sa ciò che deve fare, per quanto poco o nulla possa valere agli effetti del voto finale. Il boccino è nelle mani del centrodestra di governo – Forza Italia e Lega – che potrebbe far saltare il banco piuttosto che mandare in rovina una porzione rilevante del nostro apparato produttivo. Ce l’hanno questo coraggio? No. Ingoieranno l’ennesimo rospo e diranno che l’hanno fatto per senso di responsabilità verso il Paese. Peccato, però, che a questa favola non creda più nessuno.