Csm: si poteva (e doveva) fare di più

Il 18 e 19 settembre circa 9mila magistrati italiani eleggeranno la componente togata del Consiglio superiore della Magistratura. Grosso modo per lo stesso periodo è prevista la convocazione del Parlamento in seduta congiunta per eleggere la componente cosiddetta laica, che permette la candidatura di avvocati con 15 anni di anzianità professionale o di docenti universitari. Il nuovo Csm dovrebbe così insediarsi e avviare i suoi lavori tra la fine di settembre e linizio di ottobre di quest’anno.

Un rinnovamento completo di questo organismo, cosiddetto di autogoverno della magistratura, è stato più volte auspicato, prima di giungere alla scadenza naturale dei quattro anni, dopo che l’esplosione del caso Palamara aveva indotto alle dimissioni circa la metà dei componenti togati, a torto o a ragione coinvolti nella vicenda.

Invece dell’autoscioglimento, cui si sarebbe potuto pervenire con le dimissioni degli altri consiglieri, si è optato per far scorrere le liste, attingendo ai primi dei non eletti, ovvero disponendo elezioni suppletive. Il risultato è che alla fine del suo mandato, il Consiglio, al di là della dignità dei suoi componenti, è apparso delegittimato e scosso, con una proporzione per liste, sempre con riferimento all’aliquota togata, differente da quella uscita dalle elezioni del 2018. Nomine importanti sono state annullate dalla giustizia amministrativa, con la quale si è spesso attivato un braccio di ferro che non ha avvantaggiato la credibilità dell’istituzione.

Andrà diversamente alla prossima? C’è più di una ragione per dubitarne, anche alla stregua delle modifiche introdotte dalla riforma Cartabia, approvata dal Parlamento pochi giorni fa. La prima novità è che i componenti del Csm non saranno più 24 (16 togati e 8 laici), bensì 30 (20 + 10). Non è ben chiara la ragione di tale incremento: la composizione a 30 vi era stata dalla costituzione del Consiglio, negli anni Cinquanta, fino al 2002, quando il Parlamento varò una legge per ridurne il numero. Oggi si torna indietro di 20 anni senza che sia stato spiegato il perché, peraltro in controtendenza rispetto alla drastica riduzione che dal 2023 interesserà i deputati e i senatori.

Sei consiglieri in più non significano soltanto 6 indennizzi di carica in più, bensì pure un incremento del personale a supporto: poiché la riforma è stata approvata con la clausola “senza oneri aggiuntivi”, a quale capitolo di spesa per la giustizia saranno sottratte risorse per coprire questo immotivato aumento?

L’altra novità è la riforma del sistema elettorale, col dichiarato intento di ridurre il potere delle correnti. Un obiettivo del genere sarebbe stato perseguibile introducendo un maggioritario uninominale, per far sì che tendenzialmente in ogni Corte d’appello si potesse votare il candidato più stimato professionalmente, a prescindere dalla sua appartenenza a un gruppo. Invece il Parlamento, su impulso del ministro della Giustizia, ha varato un meccanismo – un mix di proporzionale e di maggioritario – su macroaree: ma in questo modo il collante del candidato sarà necessariamente la corrente, perché chi lavora nel distretto di Lecce è difficile che conosca le doti del magistrato candidato che proviene dal collegio di Caltanissetta, eppure il collegio che li ricomprende è il medesimo (il 4°).

Con un quadro in partenza già compromesso, l’auspicio è che le forze politiche presenti in Parlamento si accordino per votare laici dal profilo alto e autorevole, anche perché fra essi andrà poi scelto il vicepresidente. Si poteva fare di meglio e di più.

(*) Tratto dal Centro studi Rosario Livatino