Salman Rushdie non è mai stato al sicuro

L’accoltellamento di Salman Rushdie invia al mondo un messaggio reiterato: prendere sul serio l’islamismo, ossia la trasformazione della fede islamica in un’ideologia utopistica radicale ispirata da obiettivi medievali.

L’Ayatollah Ruhollah Khomeini, l’islamista più influente del secolo scorso, emise personalmente l’editto (spesso chiamato fatwa) che condannava a morte Rushdie nel 1989. Khomeini, in risposta al titolo del romanzo di Rushdie impregnato di realismo magico, I versi satanici, decise che offendeva l’Islam e che l’autore meritava la morte. Inizialmente allarmato da questo editto, Rushdie trascorse più di undici anni in clandestinità protetto dalla polizia britannica, spostandosi furtivamente da un rifugio all’altro sotto falso nome, la sua vita totalmente sconvolta.

Già in quegli anni, però, Rushdie aveva provato più volte a convincersi che la pressione dell’editto si stesse allentando. Nel 1990, rivide alcuni punti del suo libro che mettevano in discussione il Corano o sfidavano l’Islam. I suoi detrattori considerarono a giusto titolo questa sua decisione un inganno, ma Rushdie ribadì dicendo: “Stasera mi sento molto più sicuro di quanto mi sentissi ieri”.

Nel 1998, dopo alcune vaghe concessioni da parte dei funzionari iraniani, lo scrittore dichiarò trionfante che i suoi guai erano del tutto finiti: “Non c’è più alcuna minaccia da parte del regime iraniano. La fatwa sarà lasciata avvizzire sulla vite. (...) Quando sei così abituato a ricevere (...) cattive notizie, allora notizie come questa sono quasi incredibili. È come sentirsi dire che il cancro è scomparso. Bene, il cancro è scomparso”.

Rushdie era talmente convinto che la minaccia fosse svanita che nel 2001 redarguì gli organizzatori dell’undicesimo Festival degli Scrittori di Praga per le misure di sicurezza predisposte nei suoi confronti: “Essere qui e trovare un’operazione di sicurezza relativamente ampia intorno a me è stato di fatto un po’ imbarazzante, perché ho pensato che fosse davvero inutile e un po’ eccessiva, e di certo non è stata organizzata su mia richiesta. Prima di venire qui ho passato molto tempo a dire che non avrei mai voluto questo. Pertanto, sono rimasto molto sorpreso di arrivare qui e scoprire un’operazione alquanto grande, perché mi sembrava di essere in una capsula del tempo, di essere tornato indietro nel tempo di diversi anni”.

Nel 2003, Rushdie fece in modo che il suo amico, lo scrittore Christopher Hitchens, mi ammonisse per i molteplici avvertimenti da me lanciati allo scrittore (sei in tutto) che lo esortavano a rendersi conto che l’editto di Khomeini non avrebbe mai potuto essere revocato, rammentandogli che qualsiasi fanatico avrebbe potuto aggredirlo in qualsiasi momento. Hitchens criticò la mia analisi definendola “aspra, arrogante”, affermando che “nulla era cambiato” nella difficile situazione di Rushdie. Hitchens confutò il mio pessimismo dichiarando con baldanza che “oggi Salman Rushdie vive a New York senza guardie del corpo e viaggia liberamente”.

Nel 2017, Rushdie criticò il Corano (definendolo “un libro non molto divertente”) e schernì l’editto di morte in uno spettacolo comico, vantandosi delle sue gratifiche, in particolare quella che ha definito “fatwa sex” con donne attratte dal pericolo.

Nel 2021, Rushdie ha sorprendentemente riconosciuto la propria dipendenza dall’illusione: “È vero, sono stupidamente ottimista e penso che questo mi abbia fatto superare quegli anni brutti, perché credevo che ci sarebbe stato un lieto fine, quando pochissime persone ci credevano”.

Infine, nel 2022, pochi giorni prima del suo accoltellamento, Rushdie ha dichiarato che dall’emanazione dell’editto è “passato un sacco di tempo. Oggi la mia vita è tornata alla normalità”. Alla domanda su cosa teme, Rushdie ha risposto: “Una volta, avrei detto il fanatismo religioso. Non lo dico più. Il pericolo più grande che dobbiamo affrontare in questo momento è perdere la nostra democrazia”, riferendosi così alla Corte Suprema degli Stati Uniti che ha deciso che l’aborto non è un diritto costituzionale.

Se Rushdie e i suoi amici pensavano che l’editto fosse un ricordo del passato, i suoi nemici islamisti hanno invece ripetuto all’infinito che la condanna a morte era ancora in vigore, e che avrebbero finito per colpirlo. E così è stato. C’è voluto un terzo di secolo, ma alla fine l’attacco è arrivato quando Rushdie si è esposto al pubblico, senza protezione.

Tutti noi impareremo da questa triste storia fatta di fanatismo e illusione? La Russia e la Cina sono senz’altro grandi nemici del potere, ma l’islamismo è una minaccia ideologica. I suoi attori vanno dai fanatici (Isis) ai totalitari (la Repubblica islamica dell’Iran) fino agli pseudo-amici (la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan). Minacciano tramite propaganda, sovversione e violenza. Si mobilitano non solo nelle grotte dell’Afghanistan, ma anche in idilliache località turistiche come Chautauqua, nello Stato di New York.

Possa Salman Rushdie tornare in buona salute e i suoi patimenti possano servire da monito contro un pio desiderio.

(*) Traduzione a cura di Angelita La Spada