La guerra nella cabina elettorale

La meraviglia è che ci si meravigli. Vladimir Putin ha fatto la sua contromossa col paventare l’escalation nucleare del conflitto che, dal suo punto di vista, non è russo-ucraino ma russo-occidentale. Era assolutamente prevedibile che accadesse. Il confronto sul campo di battaglia gli sta andando male e lui, per reazione, alza il tiro. È una guerra. E in guerra non ci si scambia cortesie, l’unico obiettivo è vincere. E lo si fa con tutti i mezzi che si hanno a disposizione. Lo sapevamo da quando l’Occidente ha deciso di demolire il tavolo negoziale e di passare alle vie di fatto contro il “nemico ontologico”. Adesso non conta stabilire se l’opzione bellicista sia stata giusta o sbagliata, l’importante è prendere atto della realtà la quale, piaccia o no, restituisce la fotografia di un mondo che sta rotolando su un piano inclinato verso l’apocalisse.

Sarà la Terza guerra mondiale? Al momento non è dato saperlo. É certo che sia stata aperta una porta che era rimasta prudentemente sbarrata dalla fine del Secondo conflitto mondiale. Sappiamo, però, due o tre cose che faremmo bene a ficcarcele in testa. La prima riguarda gli Stati Uniti. L’Amministrazione di Joe Biden non ha alcuna intenzione di scendere a patti con Mosca; sosterrà con denari e armi il Governo di Kiev perché prosegua nella controffensiva per cacciare i russi dal Donbass e, se possibile, anche dalla Crimea. Washington vuole che gli alleati europei tengano compatto il fronte anti-russo, sostenendo il regime sanzionatorio implementato dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, senza sbavature o ammiccamenti al nemico. La posizione statunitense non cambierà nel breve periodo. Una correzione di rotta si potrebbe verificare il prossimo novembre, dopo le elezioni di Midterm. Una vittoria a valanga dei Repubblicani, con una prevalenza di eletti della corrente trumpiana in entrambi i rami del Congresso, potrebbe indurre il presidente Joe Biden a un ripensamento della strategia muscolare adottata contro il Cremlino. Di là dalla propaganda bellicista, l’Amministrazione statunitense ha comunque tenuto aperto uno spiraglio negoziale per il futuro. Non è un caso se, pur avendo fornito agli ucraini sistemi d’arma avanzati, Washington mantenga il controllo dei software che regolano la gittata dei missili impiegati sul campo, con l’evidente scopo di evitare che l’“esuberanza” dei patrioti ucraini nel voler annientare l’aggressore possa condurre a qualche gesto di follia irreparabile.

La seconda riguarda la Federazione Russa. Vladimir Putin non è la figura caricaturale del tiranno pazzo, descritta da una parte dei media occidentali. Non è un autocrate isolato all’interno del contesto internazionale. Lo si è visto al recente vertice della Shanghai Cooperation Organization (Sco) a Samarcanda. Non stiamo parlando di quattro amici al bar ma del contraltare sovranazionale all’Unione europea sulla scena globale. L’organizzazione politica, economica e della sicurezza euroasiatica conta otto Stati membri, tra i quali la Cina, l’India e il Pakistan, oltre alla Federazione Russa, che rappresentano approssimativamente il 60 per cento dell’Eurasia, il 40 per cento della popolazione mondiale e circa il 30 per cento del Pil mondiale. A questi si è aggiunto l’Iran e a breve entreranno nell’organizzazione la Bielorussia e la Turchia. Questi Stati costituiscono per Mosca altrettanti mercati alternativi, sui quali vendere la materia prima energetica sottratta al commercio con l’Europa occidentale. I Paesi partner dello Sco, rafforzando la cooperazione militare, mirano al bersaglio grosso rappresentato dal contenimento dell’influenza statunitense nel quadrante geostrategico dell’Indo-Pacifico e, più in generale, puntano ad archiviare il sistema unipolare statunitense che ha fatto della potenza americana, dalla fine della Seconda guerra mondiale, il “gendarme del mondo”. Sebbene il summit di Samarcanda non abbia fornito a Putin l’appoggio incondizionato che sperava all’escalation in Ucraina, resta forte l’interesse del gigante cinese a non vedere umiliato dalle armi occidentali il suo principale alleato, con il quale mantiene “alto il livello di cooperazione tecnico-militare”. La fiche del sostegno di Pechino a Mosca trova una contropartita nel supporto che la Russia potrà assicurare ai cinesi quando scatterà – perché scatterà – il piano di aggressione a Taiwan, argomento all’ordine del giorno nelle agende di tutti i leader cinesi succedutisi dalla fondazione della Repubblica popolare cinese nel 1949.

La terza riguarda l’Unione europea. L’unità degli Stati europei non esiste. È un falso mito che rispecchia l’ingannevole spirito dei tempi. Il Vecchio continente è il luogo dove per millenni l’evoluzione della civiltà è stata garantita dal ferro e dal sangue insieme alla scienza, alla cultura e alla bellezza. In Europa, dall’alba della Storia, i popoli sono stati innumerevolmente più volte nemici che amici. Fratelli, mai. L’apice della cooperazione intra-europea è stato raggiunto con la creazione di una struttura giuridico-amministrativa sovraordinata agli Stati membri che fissasse comuni regole di funzionamento delle relazioni interstatuali e delle comunità territoriali consociate. Mai vi è stato un idem sentire tra i suoi popoli e mai le singole nazioni, con la sola eccezione dell’Italia governata dalla sinistra, hanno rinunciato a difendere i propri interessi nazionali. Fatta questa premessa, la conclusione che è sotto gli occhi di tutti suggerisce che all’Italia non arriverà alcun aiuto concreto dall’Europa. I problemi giganteschi che la politica delle sanzioni alla Russia sta ribaltando sulla società e sull’economia italiane li dobbiamo risolvere da noi. A Bruxelles nessuno ha intenzione di assecondare il nostro Paese, imponendo un tetto comunitario al prezzo del gas. Anche in questo momento buio per i destini comuni dei popoli dell’Occidente, c’è chi fa il furbo e chi pensa a sé. Qualche esempio. In piena emergenza energetica comunitaria, la Germania paga il gas al fornitore russo Gazprom a un costo unitario inferiore di un terzo al prezzo pagato allo stesso fornitore dagli altri Paesi Ue; l’Olanda che ha il Ttf (Title transfer facility), il mercato virtuale per lo scambio del gas, sta facendo affari d’oro grazie alla speculazione finanziaria che fa aggio sull’eccesso di domanda della preziosa materia prima a fronte della riduzione dell’offerta; la Francia, al primo stormir di foglia della crisi energetica, ha fatto sapere che taglierà le forniture di energia elettrica che vende all’Italia. Si teme che anche gli altri Stati fornitori – la Svizzera, l’Austria e la Slovenia – possano fare altrettanto.

Adesso, siamo a poche ore dal voto. E meno male. Cos’è che dobbiamo tenere a mente? Innanzitutto, di andare a votare, perché astenersi adesso equivarrebbe a un gesto autolesionistico oltre che a un atto proditorio verso la comunità. Poi, prima di vergare la scheda, ricordarsi di quelle due o tre cose che abbiamo provato a illustrare. In ultimo, porsi la domanda definitiva: chi, tra i partiti e le coalizioni che si candidano, potrà guidare il Paese nella giusta direzione tenendo conto degli ostacoli e dei tranelli che il sistema-Italia incontrerà sulla strada della ripresa? Enrico Letta, pensando di infangare il nemico politico con la consueta cialtroneria, ha sibilato una considerazione involontariamente azzeccata, anche se incompleta. Ha dichiarato: “Putin partecipa al voto del 25 settembre, se vincesse la destra sarebbe il primo a festeggiare”. Probabile che il leader russo sia in ansia per i risultati delle politiche in Italia, anche se escludiamo che possa esultare per una vittoria di Giorgia Meloni. Ma non è l’unico a stare alla finestra con il fiato sospeso. Saranno molti gli occhi stranieri puntati sugli elettori italiani, preoccupati di vedere dove cadrà la loro scelta. Il mondo ci guarda? E che guardi pure. L’unica cosa che conta è di votare chi riteniamo in grado di difendere, con maggiore convinzione, l’interesse nazionale. I buoni sentimenti, l’altruismo, gli aneliti di pace, il bene dell’Umanità, sono merci che oggi non avranno mercato. Nella cabina elettorale potrà anche entrare la paura della guerra, ma ciò che deve restare inciso a caratteri di fuoco sulla scheda è l’amore per l’Italia. E seppure molti l’hanno dimenticato, l’Italia siamo noi.