Autogolpe?

Russia: un tentato golpe da operetta? Allora, che cosa c’è di meglio della musica dei Wagner! In realtà, bisognerebbe capire bene di quale spartito si tratti e, soprattutto: chi è davvero il Maestro sul podio? Vladimir Putin? I suoi vertici militari? Evgenij Prigožin? Ovvero, tutti e tre assieme? Vediamola così: la chiave di volta del sistema risiede nel capire chi nel breve-medio periodo ha da guadagnare più di tutti gli altri. Certo, a parte il Global West, che punta a un indebolimento “temperato” (nel senso che non porti a una pericolosa destabilizzazione interna della Russia) di Putin, apparentemente preso tra due fuochi tra esercito regolare e milizie mercenarie. In realtà esiste un terzo scenario ancora più ambiguo: ovvero, che a fare il vaso di coccio tra Putin e l’Armata Rossa sia il “Cuoco di Pietroburgo”, visto che proprio i nemici giurati di Prigožin, il ministro della Difesa Sergei Shoigu e il Capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov, hanno ottenuto l’assenso dello Zar per imporre alle milizie private l’inquadramento obbligatorio nelle fila dell’esercito regolare russo. Mossa che ha così messo fine all’autonomia incondizionata della Wagner di avere mano libera nei territori d’ingaggio, e di continuare a ricevere imponenti quantitativi di armi e di finanziamenti stornati all’esercito regolare.

Shoigu e Gerasimov, unitamente ai servizi di intelligence militari, sono stati ripetutamente accusati di tradimento da Prigožin, per aver costantemente mentito sull’andamento delle vicende belliche in Ucraina. E, soprattutto, perché secondo il capo della Wagner i due massimi vertici militari avrebbero favorito, per smodata ambizione personale, l’invasione non necessaria dell’Ucraina che in nessun modo, fino ad allora, si era posta come una minaccia esistenziale nei confronti del suo scomodo vicino russo. Così, l’invasione era stata preparata con colpevole approssimazione, facendo credere a Putin che di lì a pochi giorni dall’inizio delle operazioni avrebbe sfilato, come i suoi soldati, in tenuta da parata, accolti con lanci di fiori da una Kiev liberata dalla cricca neonazista di Zelensky. Né, tantomeno, nessuno aveva fatto chiarezza sul fatto che le truppe d’invasione russe non sarebbero state in grado di sfidare per qualità e quantità gli armamenti Nato, qualora l’Occidente fosse intervento in forze a sostegno dell’Ucraina se Kiev avesse resistito. Fino ad allora, infatti, i teatri di guerra che avevano visto impegnata l’Armata Rossa, quali la Cecenia, la Georgia, il Donbass e la Crimea, erano da considerare come un mero fatto interno, senza cioè il confronto diretto con la supertecnologia bellica del Global West.

Ora, però, quali sono le parti in commedia? Putin si è fatto una sorta di “Autogolpe” per rafforzare se stesso e il proprio regime, dato che prima o poi avrebbe dovuto dichiarare una mobilitazione generale, visto come stanno andando (male, cioè) le operazioni militari in Ucraina? La risposta corretta dipende da quanto allo Zar stiano stretti Shoigu e Gerasimov (obiettivamente colpevoli di una guerra che si sta protraendo troppo a lungo) e se sia davvero lui a controllare Prigožin, piuttosto che il viceversa.

Ora, ci si chiede: come interpretare il fatto che alla Wagner sia stata in fondo consentita una sorta di passeggiata di andata e ritorno fino a 200 km da Mosca, dopo aver occupato il centro nevralgico di Rostov senza colpo ferire? E come mai si è lasciato che Prigožin maltrattasse il viceministro della Difesa e il comandate militare della piazza, mentre i generali non hanno dato l’ordine ai propri soldati di lasciare le caserme per fermare i 5mila della Wagner, impegnati in un’incontrastata “Cavalcata delle Valchirie” verso Mosca? L’equazione a più incognite deve essere risolta, pertanto, stabilendo se i Deus ex Machina rimasti nell’ombra del tentato colpo di Stato siano proprio Shoigu e Gerasimov, che hanno dato una dimostrazione terrificante a Putin di quanto in realtà sia debole la sua leadership senza l’appoggio dell’esercito, visto che non c’è stata nessuna reazione popolare all’avanzata della Wagner, al contrario di quanto avvenne nel 2016 in Turchia, in occasione del putsch contro Recep Tayyip Erdoğan.

Altro aspetto inquietante: come si deve interpretare la repentina grazia concessa a Prigožin e i suoi mercenari grazie alla mediazione del dittatore bielorusso Aleksandr Lukashenko, presso cui verrà dato loro asilo, mantenendo intatta la forza armata della milizia stessa? Un’altra astuta mossa del duo Putin-Prigožin (che in questo caso fingerebbero di litigare tra di loro come i ladri di Pisa) per portare 25mila veterani della Wagner a due passi da Kiev, in modo da assediare di nuovo la capitale ucraina, distogliendo così parecchie divisioni di Zelensky dal fronte caldo del Donbass e della Crimea? Soprattutto: avendo combattuto fianco a fianco, giorno e notte, con l’esercito regolare russo e avendo perduto decine di migliaia di uomini, di quali conoscenze è in possesso Prigožin in merito alla reale tenuta sul campo dei soldati di Putin e agli errori strategici commessi dai suoi generali? E se l’assicurazione sulla vita del capo della Wagner passasse proprio dal possesso di questi dati sensibili che, se conosciuti dal nemico e dalla Nato, potrebbero provocare il crollo totale delle difese russe?

Possibile che nessuno finora abbia messo in evidenza come gli armamenti in buono stato, sottratti ai russi dagli ucraini nei combattimenti in corso, siano stati immediatamente riutilizzati dagli assediati, mentre il viceversa è stato reso impossibile dal fatto che per manovrare i mezzi più moderni della Nato servono mesi di addestramento? Se nei prossimi giorni la Wagner marcerà su Kiev attraversando il confine bielorusso, allora l’equazione dell’Autogolpe sarà completamente risolta. La mini armata di Prigožin sarà con ogni probabilità tritata dagli ingranaggi della macchina bellica Nato-Ucraina, e Shoigu-Gerasimov si saranno definitivamente liberati dal loro pericoloso sfidante mercenario, ottenendo qualche positivo successo in Donbass per la conseguente minore resistenza ucraina. Dimostrando per di più a Putin di aver riposto la sua fiducia nel guerriero sbagliato. Ma avrà contestualmente una possibile soluzione anche la “transizione” (pacifica) del dopo-Putin: tutto dipenderà da chi sarà lo sfidante dello Zar alle prossime elezioni presidenziali di luglio, perché se davvero la troika Shoigu-Gerasimov-Oligarchi avrà cambiato campo come tutto fa supporre fin da ora, allora il prossimo presidente della Russia potrebbe non chiamarsi più Vladimir Putin!

Aggiornato il 27 giugno 2023 alle ore 10:07