Lo scopo di questo articolo è verificare se il progetto europeo di andare verso una Difesa comune possa, insieme al secondo – e altrettanto fondamentale – passaggio, cioè quello dell’economia, si fondano su un progetto complessivo. Finora l’Europa ha affrontato un problema alla volta, nel modo emergenziale dei peggiori governi italiani. A Bruxelles mancava una visione complessiva del ruolo europeo nel mondo. Si tratta invece di coordinare tre diversi dossier:
a) Una Difesa condivisa;
b) Un’economia comune;
c) la posa della prima pietra degli Stati Uniti d’Europa. Vaste programme! direbbe il generale Charles de Gaulle, ma l’alternativa sarebbe una vaste décadence.
Riguardo alla Conferenza di Monaco va fatta un’osservazione che sarebbe ovvia, se non ci fossero gli storpiatori dell’informazione. La Conferenza non ha sancito la spaccatura tra Usa e Ue, ma l’esatto contrario. La Ue si impegnerà a gestire in autonomia la propria Difesa militare, che è esattamente quanto chiedeva il poco diplomatico Don Abbondio Trump. L’intervento del segretario di Stato Marco Rubio è stato molto atlantista, oltre che un tributo ai valori e alla cultura europei. Detto ciò però occorre aprire i mercati. Ripetiamo quindi che l’Unione dovrebbe lavorare insieme su Difesa, mercati e forma di governo. Finora l'Europa ha seguito più che le regole del libero mercato, le idee conservatrici di Toni Negri e della sinistra integralista, cioé quelle della lotta “contro lo Stato imperialista delle multinazionali”.
Un abisso separa quell’idea di Europa dalla realtà: nel mondo globalizzato, o sei un big o non sei in grado di competere, e di conseguenza soffochi sotto la coltre cinese, yankee, indiana, e impoverisci prima le aziende, poi i lavoratori e le famiglie. Nel mondo globale, o hai ridotto al massimo la burocrazia e l’ideologia, oppure ti sarai incatenato con le tue mani. Se non ti dai un modello di governo agile e moderno, resterai ancorato al modello bismarckiano e alla “nuova” politica economica (Nep) di Vladimir Lenin. Anche se la globalizzazione richiede le multinazionali, il modello italiano delle Piccole e medie imprese funziona ancora molto bene, perché è ipertecnologico e manifattura parti – per esempio di auto – che poi però vengono assemblate da multinazionali come Bmw o Stellantis. Si tratta però di seguire anche le mosse di nostri big player come Webuild, piuttosto che insistere sull’eccesso di presenza familiaristica e partitica nelle aziende.
Il recente accordo di collaborazione privilegiata tra Italia e Germania, benché silenziato e villaneggiato dalla sinistra, può essere la base di una nuova leadership europea e la pietra tombale del duopolio franco-tedesco. Del resto, se l’Italia ha superato la Francia per il Pil pro capite, è logico che tocchi a Roma e Berlino condurre le danze, dopo che la politica protosocialista inculcata da François Mitterrand a Bruxelles ha imposto linee economiche divergenti dalla realtà storica. Molti cambi di rotta sono già sul tappeto. Manca anche una linea non punitiva (via tassazione) nei confronti delle multinazionali tecnologiche. Come potrebbe l’intero Occidente sopravvivere senza Google, Intelligenza artificiale, Windows e altri big player? È vero che c'è il rischio delle “posizioni dominanti”, ma c'è anche una logica ferrea nell'economia.
Si pensi a un paese di montagna dove vi sia un solo negozio con una posizione dominante per gli acquisti di beni e cibo. Se nel piccolo paese aprisse un'altra bottega, forse i prezzi per un po' diminuirebbero per i consumatori, ma prima o dopo le due botteghe andrebbero in crisi, perché i due negozi dovrebbero dividere al 50 per cento la clientela, rischiando la chiusura entrambe. Pertanto il paesino resterebbe senza una bottega dove comprare pane e companatico. Il mercato si basa sempre su attente valutazioni di domanda e offerta, regolata dalla legge fondamentale di offrire il prodotto migliore al minor prezzo. Quindi, una componente minima di controllo del mercato ci può essere, ma questa deve riguardare i limiti tra lecito e illecito, la qualità dei prodotti, ma non la libertà di aprire aziende. Se la scuola italiana fornisse a tutti gli studenti una formazione economica di base, nel paesino di cui sopra nessuno si sarebbe sognato di aprire un secondo negozio di alimentari. I dati ci dicono che l’economia europea è stata poco attraente per le aziende di grandi dimensioni. A parte Irlanda e Paesi Baltici, dove la tassazione è bassa, e a parte l’Europa dell’est dove i costi del lavoro sono (ancora troppo) bassi.
L'Europa è purtroppo soprattutto una fabbrica di norme e leggi barbituriche per l’economia. Modellata dai sozialdemokrat tedeschi, ha innescato la fuga dei grandi produttori nell'est Europa, in Africa, Israele, nelle Americhe, in Cina, nelle Tigri del sud-est e adesso nelle nuove Tigri dell'Asia Centrale. Nazioni come il Kazakistan e altri ex sovietistan stanno vivendo una sfida sul filo del rasoio: o saranno soffocate dal colonialismo economico e politico della Cina, o diventeranno la nuova Cina. In effetti vi è già un’altra nuova Cina già viva e attiva, ed è l’India con la quale Stati Uniti, Ue e Italia (ancora in piccolo, però) hanno stretto nuovi accordi economici. Dell’urgenza di contrastare la Volontà di Potenza cinese con operazioni geopolitiche con L’India, per evitare scontri militari, scrivo da tempo.
L’India (e la stessa Europa) possono diventare la new thing dei mercati globali. La “guerra verbale” tra Trump e la Ue potrebbe infine costringere l’Europa a trasformarsi da territorio declinante e da nullità geopolitica a una potenza a tutti gli effetti. In questo senso serviranno le linee-guida di Mario Draghi, che non è il “drago imposto dalle multinazionali” ma un esperto di politica economica che va ascoltato con attenzione. Ma il cambiamento vero non si giocherà sulla volontà delle singole Nazioni, ma su quella dei singoli partiti. La tanto vituperata “cessione di potere a Bruxelles”, con una “nuova Bruxelles e un nuovo Parlamento” toglierebbe potere a molti partiti (pensiamo alle satrapie della sinistra italiana nei territori, nella stampa e in parte della magistratura). Inoltre la nuova Ue federale e a guida italo-tedesca dovrebbe fondarsi su una forte autonomia delle Nazioni federate.
GLI INCONTRI DI BRUXELLES: MINISTRI ECONOMIA, EUROGRUPPO ED ECOFIN
Diventano decisivi, per quanto riportato sopra, gli incontri di Bruxelles nei primi due giorni di questa settimana. L’appuntamento molto informale sulla competitività e il programma di Mario Draghi nel castello belga di Alden Biesen, è stato tiepido. Adesso è l’ora di decidere la direzione che la Ue vuole intraprendere per diventare una tigre e abbandonare le vesti di tardigrada. Domani sarà la volta dei ministri degli Affari economici. Il tema non è da poco: si tratterà di decidere sull’Unione del risparmio e degli investimenti, cioè dare più rendimento al risparmio dei cittadini europei, incentivandoli a investire nelle nostre industrie e aziende di servizi. Se ci saranno troppi piedi sul freno, la mano potrebbe passare alla “cooperazione rafforzata” tra una decina di Nazioni, a partire dal “gruppo dei volenterosi” pro Ucraina.
Invece oggi, alla vigilia dell’Ecofin, si riunisce l’Eurogruppo, aperto anche a chi non è all’interno dell’area euro, Nazioni che però sono importanti come Danimarca, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria e Svezia. Parteciperà anche il Canada, col ministro delle Finanze François-Philippe Champagne. L’idea è giusta: gli accordi con Mercosur – nonostante alcuni problemi (come il falso Made in Italy agroalimentare e l’export argentino di frutta) – sono una strada giusta. Idem per gli accordi con l’India e quello italiano in Africa, vedi la partecipazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni al summit di Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa. Meloni ha anche partecipato, come, ospite d'onore, al vertice di inizio anno dell’Unione africana. Il Piano Mattei, dopo la cacciata della Francia dall’Africa, può essere un progetto proficuo per le Nazioni africane come per Italia ed Europa. Peccato che gli incontri di Addis Abeba non abbiano avuto molta eco, da una stampa di norma fin troppo chitarrista rock.
Oltre a queste operazioni di politica (finalmente) internazionale ed economica, tra una settimana si discuterà di rilancio economico interno col Clean industrial deal utile a incentivare le industrie europee. Speriamo però che il buy european sia allargato ai nostri crescenti partner internazionali. A marzo poi seguirà il tentativo (fantascientifico finora) di semplificazione per le aziende europee. Ancora più ambizioso il secondo argomento di discussione: il contrasto al gap di tecnologia con Usa, Cina, India e Israele. Il 28° regime (o “Eu Inc”), una proposta dell’Unione europea, sostenuta da Italia, Germania e Belgio annunciata da pochi giorni da Ursula Von der Leyen. Lo scopo è alleluisticamente quello di fornire un quadro giuridico societario, fiscale e del lavoro unico e super agile alle startup e alle Pmi, valido in tutti i 27 Stati membri. Per le start-up si prevede la registrazione online in 48 ore e più facili operazioni transfrontaliere. Il tutto è accompagnato dallo spostamento dal “green deal” al Clean industrial deal: 100 miliardi per le imprese verdi europee, sperando che non sia fuffa gettata in pasto ai porci.
ENI RIENTRA IN VENEZUELA
Sempre a proposito del silenzio di una stampa spesso laudatoria solo in direzioni autistiche, là dove fioriscono sempre le rose di quelli che a Bologna si chiamavano “manicotti”, c’è la notizia del ritorno di Eni in Venezuela. Eni in effetti è presente in Venezuela dal 1998, un anno prima della conquista del potere da parte del dittatore Hugo Chávez, il quale poi concesse un ampliamento delle concessioni. Dopo il regime change gentile che ha cambiato le sorti del Paese sudamericano ricco di petrolio, al posto della Cina gli Usa hanno dato via libera a cinque player internazionali, di cui ben quattro sono europei. Oltre all’americana Chevron (anch’essa attiva negli anni delle sanzioni). Non sarà tolta la proprietà del petrolio venduto, e perciò il Venezuela riceverà il dovuto in base alle quotazioni internazionali del greggio.
Si cercheranno nuovi giacimenti. L’amministratore delegato Claudio Descalzi (Eni) dichiara “Noi siamo pronti a investire”. Secondo Trump gli investimenti delle cinque multinazionali degli idrocarburi in Venezuela ammonteranno a 100 miliardi. La mossa dovrebbe far scendere il costo dell’energia, colpendo duramente l’export russo e insieme anche l’import cinese. Un colpo duro alle ambizioni del “campo largo” di Russia, Cina, Iran e Nord Corea, ma anche un colpo alle ambizioni dei Paesi emergenti del Brics+, tra i quali il Sudafrica negli ultimi anni si è spostato politicamente sempre più verso Russia e Cina e Iran. Unitevi in una forma migliore, europei! Non avete che da perdere le catene burocratiche, economiche, politiche e giudiziarie.
Aggiornato il 17 febbraio 2026 alle ore 10:04
