Bruno Contrada, emblema della giustizia politicizzata

Venire condannati per un reato che non esisteva al momento della ipotetica commissione dello stesso. In Italia ne abbiamo viste di tutti i colori. E questo è stato il colore che ha rovinato la vita a Buno Contrada, uno dei migliori servitori dello Stato. Che all’epoca del tentativo di incastro giudiziario era il numero due del Sisde ed era stato messo a fare la lotta alla allora potentissima mafia dei corleonesi di Totò Riina. In concomitanza con la nascita di un altro organismo di intelligence, La Divisione investigativa antimafia. Inevitabile che si pestassero i piedi. Specie se ci si ricorda le dinamiche delle istituzioni nei primi anni 90.

Quello che accadde è che una serie di pentiti, un po’ discutibili nel loro spessore e che avevano tutti la caratteristica di essere stati mandati in carcere dallo stesso Contrada quando ancora non erano pentiti, ritennero di doversi vendicare denunciando i presunti rapporti collusivi con l’ex 007 antimafia coi capi delle cosche.
Quel che era vero è che Contrada aveva tentato di infiltrarsi – e ci era anche riuscito – tra i top player della criminalità organizzata per poi poterli “fottere” tutti insieme. I metodi dei servizi ovviamente non sono quelli della polizia giudiziaria e da qui nacque l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Nell’inghippo, che per un periodo lungo costò il carcere e una condanna in primo e secondo grado a Contrada, c’era però quello che oggi definiremmo un “bug”: questo reato mai codificato era stato introdotto de facto dalla Corte di Cassazione con interpretazioni estensive del reato di favoreggiamento con una sentenza che però – benché discutibilissima – era stata emessa parecchi anni dopo di quando Contrada avrebbe compiuto questi tentativi di avvicinamento e di infiltrazione con i capi mafia degli anni ’80. E quindi non erano da considerare un reato.

Nessuno, infatti, può venire condannato per fatti che al momento della commissione, vera o ipotetica che sia, non erano previsti dalla legge come reato. Contrada dopo anni di carcere dovette rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo che di fatto ordinò alla giustizia italiana di assolvere lo stesso ex super poliziotto e di rendere nulle le sentenze che nel frattempo erano diventate esecutive.
Nel 2017, dopo la revoca della condanna in Cassazione, l’allora capo della Polizia Franco Gabrielli volle restituirgli parte dell’onore perduto. Decise infatti di revocare il provvedimento di destituzione reintegrandolo come pensionato nella Polizia di Stato. Revoca retroattiva e partire dal 1993, data della rimozione dal servizio.

“Dopo tanti anni gli viene restituita la sua onorabilità – dissero i suoi legali – e viene reinserito tra i prefetti della Polizia”. In un’intervista concessa all’epoca Contrada aveva spiegato che “l’accanimento giudiziario” nei suoi confronti era figlio di una stagione e dell’ansia dello Stato che non sapeva che pesci prendere di fronte al violento attacco di Cosa nostra

“Si sono superate spesso le regole di un normale Stato di diritto che è basato sulle libertà fondamentali dell’individuo – disse – il tutto… per avere la fretta di ottenere dei risultati dopo le due stragi mafiose di Capaci e Via D’Amelio, così si sono commessi gravi errori. Non solo nel mio caso, ma anche nel processo Borsellino che è stato rifatto completamente”.

Ma all’epoca e anche oggi per certi Pm il fine giustificava i mezzi. E la storia di Contrada, il suo calvario e il noto epilogo, rappresentano un vero e proprio spot per il Sì al referendum confermativo sulla riforma costituzionale che ha fatto il governo in carica. Che contiene la separazione delle carriere tra Pm e giudici e anche dei rispettivi Csm per evitare che le carriere dei giudicanti dipendano dai Pm che hanno fatto le inchieste su cui i primi sono chiamati ad esprimere un giudizio. Purtroppo questa riforma che contiene tante condivisibili innovazioni, non annovera una norma che prima o poi qualcuno dovrà incaricarsi di mettere sul tavolo: la responsabilità diretta dei magistrati per colpa grave.

Il caso Tortora è lì che grida vendetta da ormai più di 40 anni e ha lasciato sul campo anche un referendum voluto dallo stesso Tortora e da Pannella che lo aveva fatto diventare deputato europeo nel 1984.
Infine, last but not least, bisognerebbe anche separare idealmente le carriere di certi Pm da quelle di alcuni giornalisti che per avere successo mediatico hanno scelto la scorciatoia di fare da loro portavoce. Giornalisti non obiettivi e del tutto interessati, ovviamente, al trionfo di alcuni teoremi giudiziari. Tra cui proprio quello che voleva Contrada complice dei boss mafiosi.

Aggiornato il 18 marzo 2026 alle ore 08:25