“Non posso negare che nelle mie decisioni, e parlo delle mie decisioni da giudice, non abbia influito, e molto, la mia ideologia. Se proprio dovevamo condannare, condannavamo al minimo e poi mettevamo fuori (…). Il nostro potere di supplenza rispetto all’esecutivo andava crescendo, grazie anche all’appoggio della sinistra e del Pci in primo luogo che su noi magistrati, o almeno su una parte di noi, aveva deciso di investire risorse e attenzione”: così ha dichiarato Francesco Misiani nel volume La toga rossa. Storia di un giudice raccontando la sua esperienza di esponente di Magistratura Democratica che dagli anni ’70 del XX secolo fino a pochi anni or sono è stata la più influente e la più progressista corrente politicizzata della magistratura italiana.
Questa è la patologia che da decenni affligge il sistema giudiziario italiano e che oltrepassa oltre ogni tollerabilità e decenza il sacrosanto diritto di ogni magistrato ad avere idee e sentimenti politico-ideologici, poiché questi ultimi vengono direttamente trasfusi nelle decisioni dei tribunali e nella stessa organizzazione dell’intero sistema giudiziario piegato e piagato dalle correnti che si trovano in seno all’Associazione Nazionale Magistrati.
Da qui derivano notevoli distorsioni tipiche del sistema giudiziario italiano: l’idea della funzione supplente della magistratura rispetto a Governo e Parlamento; l’idea che la detenzione sia una misura borghese e che, come tale, debba essere utilizzata senza limiti nella fase precedente alla sentenza e grandemente evitata dopo l’eventuale condanna; l’idea che la magistratura sia una struttura di lotta politica che possa e anzi debba perfino inserirsi nell’interlocuzione legislativa.
Tutto questo comporta l’esigenza di una profonda riforma del sistema giudiziario che non può più essere abbandonato ai mali che lo caratterizzano e che spesso lo rendono disfunzionale rispetto alle finalità per cui esso è stato pensato, cioè rendere giustizia in virtù delle ragioni giuridiche e non in virtù di ragioni politiche o, peggio, ideologiche.
Vi sono, dunque, tre specifici motivi di ragione per votare Sì al prossimo referendum, sebbene occorre premettere che tali motivi trascendono le appartenenze politiche e partitiche, e che proprio per tale loro caratteristica sono razionali e non ideologici.
In primo luogo, è bene votare Sì per riordinare l’equilibrio dei poteri all’interno del sistema istituzionale italiano.
Nel corso degli ultimi decenni, infatti, la magistratura ha esercitato il proprio ruolo secondo modalità gravemente eterodosse: da un lato esondando dai limiti funzionali entro i quali esso andrebbe esercitato – come, per esempio, accaduto nel caso della cosiddetta “funzione supplente” – e, dall’altro lato, interpretando se stessa in contraddizione alla teoria della separazione dei poteri per cui essa è andata professandosi come vero e proprio terzo potere invece che come ordine.
In questo scenario, infatti, la magistratura italiana ha inteso porsi come vero e proprio potere politico contrario agli altri due poteri, cioè il Governo e il Parlamento lacerando quella distinzione di compiti e funzioni che invece dovrebbe caratterizzare la struttura costitutiva di una democrazia effettiva e di uno Stato di diritto.
Non a caso Alexis de Tocqueville aveva già osservato nelle sue riflessioni su La democrazia in America che: “Quando un giudice, a proposito di un processo, si pronuncia su una legge ad esso relativa, egli estende la sfera delle sue attribuzioni ma non la varca. Quando invece si pronuncia su una legge senza prendere le mosse da un processo, egli esce completamente dalla sua sfera e penetra in quella del potere legislativo”.
L’assorbimento autoreferenziale della funzione politica da parte della magistratura – ben visibile nella dialettica intercorsa in modo sempre più ricorrente tra Anm e Csm da un lato e Parlamento e Governo dall’altro in ogni occasione di discussione al fine di introdurre norme afferenti non soltanto al sistema giudiziario in se stesso considerato, ma anche all’aspetto processuale – comprova oltre ogni ragionevole dubbio l’esondazione della magistratura dai limiti che essa dovrebbe ricordare di avere per legittimamente agire nel quadro costituzionale e all’interno della visione dello Stato di diritto.
L’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento di primo grado, la modificazione delle tempistiche della prescrizione dei reati, la regolamentazione più restrittiva delle intercettazioni che come tali sono sempre mezzo di ricerca della prova e non già di ricerca del reato, e tantissime altre proposte simili sono state il campo di scontro tra magistratura e politica in base ad una dialettica che ha visto la prima contrapporsi sempre alla seconda, pur in assenza di qualsivoglia potere legittimante in tal senso, come se fosse una fase interlocutoria della nomogenesi.
Il padre del costituzionalismo moderno, Georg Jellinek, aveva, tuttavia, già avvisato dei pericoli di una tale concezione della magistratura, avendo già da più di un secolo precisato che: “Se si da al giudice un illimitato diritto di esame delle leggi sulla loro materiale conformità alla Costituzione, allora egli può, come l’esperienza insegna, costringere alla inazione, su importanti materie, tutta l’attività legislativa”.
Occorre votare Sì, dunque, non per motivi politici e ideologici, ma per motivi strettamente giuridici, cioè al fine di ricondurre la magistratura entro i margini della sua propria natura in ossequio alla autentica concezione della separazione dei poteri.
In secondo luogo, è bene votare Sì per spezzare il legame esistente tra la le correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati e i singoli magistrati che devono essere chiamati a svolgere funzioni dirigenziali sia come vertici degli uffici giudiziari, sia come componenti dell’attuale o dei due futuri Consigli Superiori della Magistratura.
L’Anm, infatti, come già visto proprio da queste colonne, rappresenta una forma di potere occulto con cui vengono stabilite privatamente le sorti di una istituzione pubblica quale è l’ordine giudiziario attraverso la sistematica gestione delle vicissitudini delle carriere dei singoli magistrati in base alla loro appartenenza alla corrente di riferimento.
Il sorteggio in opera in tal senso quale strumento di garanzia più idonea per recidere questi legami e offrire al singolo magistrato prospettive di carriera senza o contro il correntismo.
Ma la riforma fa ben di più, in quanto si inserisce all’interno di quel lungo arco temporale che dagli anni ’80 del XX secolo ha visto sempre più affermarsi il modello processuale accusatorio come superamento di quello inquisitorio: ecco perché il Pubblico Ministero e il Giudice non possono e non devono essere colleghi.
Senza dubbio tale percorso di rinnovazione del modello processuale non può dirsi concluso, né tanto meno con la riforma proposta sui cui verte il referendum, poiché la via è lunga e complessa, ma la presente riforma costituzionale si inscrive in tale alveo e rappresenta – dopo la riforma del Codice di Procedura Penale del 1989 – il momento più importante di tale evoluzione processuale.
In terzo luogo, occorre votare Sì per ripristinare la vera dimensione disciplinare che a causa delle correnti è stata a lungo paralizzata.
Consultando il sito del Ministero della Giustizia, e in special modo la relazione al Parlamento che il Ministro è tenuto ad effettuare ai sensi della legge n. 47/2015 sui casi di ingiusta detenzione, si scoprono due dati interessanti, uno quantitativo e uno qualitativo.
Il dato quantitativo: “Relativamente all’intero periodo esaminato, 2018-2024, sono pervenute mediamente al MEF ogni anno un numero di ordinanze pari a circa 700, mediante le quali le Corti di Appello hanno disposto un pagamento medio annuo di circa 31,5 milioni di euro”.
Ciò significa che ogni anno per sei anni 700 richieste per ingiusta detenzione sono state indennizzate, per un totale di 4200 casi e in totale circa 190 milioni di euro di indennizzi riconosciuti.
Il dato qualitativo arriva subito dopo allorquando la stessa relazione precisa che occorre rilevare: “l’assenza di correlazione tra il riconoscimento del diritto alla riparazione accertato nei citati provvedimenti e gli illeciti disciplinari dei magistrati”.
In sostanza, nonostante i 4200 casi in sei anni di ingiusta detenzione e dei relativi milionari indennizzi a favore dei malcapitati, non esiste alcuna correlazione con i provvedimenti per gli illeciti disciplinari dei magistrati; detto altrimenti, 4200 volte la magistratura ha incarcerato immotivatamente dei liberi cittadini, ma nessun magistrato è mai stato ritenuto responsabile.
La riprova la si ricava direttamente dall’intervento del Procuratore Generale della Corte di Cassazione Luigi Salvato per l’apertura dell’anno giudiziario del 2025 secondo il quale nel 2024 le sanzioni disciplinari nei confronti dei magistrati sono state solamente 24, e peraltro nessuna per ingiusta detenzione.
I magistrati, in sostanza, sono come i vecchi e parruccati sovrani seicenteschi, assoluti e irresponsabili, cioè sostanzialmente dispotici.
Vengono alla mente le parole del professor Pietro Perlingieri – sui manuali del quale si formano da decenni intere schiere di giovani magistrati – il quale avendo fatto parte del Consiglio Superiore della Magistratura ha avuto modo di verificare personalmente l’influenza delle correnti che introduce simili distorsioni sul sistema disciplinare dei magistrati: “Facevo parte della sezione disciplinare e le assicuro che è stata un’esperienza molto negativa sia per me sia per Bachelet, perché i magistrati trovavano sempre una soluzione per salvare i componenti di una corrente o di un’altra, secondo la logica tu aiuti il mio, io aiuto il tuo (…). Ciò che lascia attoniti è che una parte politica, il centrosinistra, che fino a poco tempo fa sosteneva i contenuti di questa riforma, oggi si dice contraria alla riforma per ragioni che non attengono all’istituzione, ma a motivi contingenti legati all’opposizione al Governo. Questo non è ammissibile. Il referendum non è un voto sul Governo, ma riguarda una riforma istituzionale che deve far funzionare meglio la giustizia nel Paese” (Il Foglio, 5 marzo 2026, pag. 8).
La riforma, dunque, grazie al suo perno centrale – cioè il sorteggio – disgrega il sistema correntizio a causa del quale tante disfunzioni, illegalità e ingiustizia si commettono all’interno del sistema giudiziario italiano con danno non soltanto dei principi dello Stato di diritto e dei diritti dei cittadini, ma degli stessi magistrati che se non sono responsabili non possono essere ritenuti davvero liberi e indipendenti.
La riforma libera la magistratura dall’ancien regime distopico del correntismo, quel dispotismo che invece mira a mantenere lo status quo e che auspica la vittoria del No, contro cui, invece, con tutta, fin troppa evidenza, si stagliano le tre principali ragioni del Sì.
In conclusione, allora, vengono alla mente le riflessioni di un illuminista come Jean-Antoine Condorcet il quale aveva già insegnato che: “Il dispotismo dei tribunali è il più odioso di tutti perché essi per sostenerlo ed esercitarlo impiegano l’arma più rispettabile, cioè la legge”.
Aggiornato il 19 marzo 2026 alle ore 11:32
